Ilva, Urso e Confindustria evocano una “cordata italiana” ma il piano non c’è. Allarme di Decaro: “Esco dal ministero peggio di come sono entrato”

Festeggiano i grandi gruppi che si apprestano a usufruire delle agevolazioni messe sul piatto dal governo. Ma che non riguardano l'ex Ilva.

Ilva, Urso e Confindustria evocano una “cordata italiana” ma il piano non c’è. Allarme di Decaro: “Esco dal ministero peggio di come sono entrato”

Doveva essere il giorno della svolta, quello del Tavolo Taranto convocato al Mimit dal ministro Adolfo Urso. È finito, come spesso capita quando si parla di ex Ilva, con un elenco di ipotesi sul tavolo, disponibilità “da valutare” e piani da verificare.

Il ministro delle Imprese aveva aperto i lavori partendo dal dato oggettivo: la Corte d’Appello di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni (81 per la precisione), e i commissari straordinari dovranno darne attuazione. Un provvedimento già inserito nella data room a disposizione dei partecipanti alla gara, che ha costretto il gruppo indiano Jindal ad aggiornare la propria offerta sull’intero perimetro aziendale tenendo conto del nuovo scenario.

Per l’ex Ilva spunta al fantomatica “Cordata italiana”

È in questo contesto che ieri ha preso corpo l’ipotesi di una “cordata italiana”. A metterla sul tavolo è stato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, secondo cui l’incontro con gli industriali è stato “serio e proficuo” e “ha aperto le condizioni per valutare un’iniziativa promossa dal sistema industriale italiano”, da affiancare eventualmente alla proposta di Jindal. Concetto ribadito da Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, che ha parlato di un “atto di responsabilità” verso i lavoratori e ha auspica un coinvolgimento dell’intero “Sistema Italia”.

Attorno al tavolo, tra gli altri, Federmeccanica, Confindustria Taranto, il gruppo Marcegaglia, Acciaierie Venete, Pittini, Feralpi, Beltrame, Danieli e Ferriera Valsabbia: i nomi che pesano nella siderurgia italiana, chiamati a dire se sono pronti a metterci capitale.

Urso, riferendo al question time alla Camera, ha vantato un “risposta particolarmente importante e significativa” arrivata dal sistema industriale. Al netto dell’entusiasmo ministeriale, però, resta un condizionale ingombrante: la cordata è ancora un’ipotesi allo studio, non un’offerta. Di scritto non c’è nulla. Zero.

Intanto il ministero apparecchia la tavola

Sul fronte delle aree, il ministero ha messo sul piatto i numeri della disponibilità immobiliare: 170 ettari già individuati per nuovi insediamenti, 140 dei quali bonificati, a cui si aggiungono 450 ettari dell’Autorità portuale e oltre 350 ettari di ex aree militari in dismissione.

Per accelerare le autorizzazioni si valuta anche una procedura commissariale simile a quella prevista dall’articolo 13. Ad affacciarsi su questo perimetro, secondo quanto filtrato dal tavolo, ci sarebbero Vestas, che ha manifestato interesse a nuovi investimenti dopo quelli già fatti a Taranto, Pirelli, con un possibile centro di innovazione da cento milioni e mille posti di lavoro collegato all’hub di Bari, e Webuild, interessata a un hub di carpenteria legato al cantiere del ponte sullo Stretto. Invitalia ha aggiornato i conti dei contratti di sviluppo: dieci già approvati per 730 milioni di investimenti e circa 6.500 occupati previsti, altri sei in istruttoria per 815 posti aggiuntivi.

Decaro lancia l’allarme sull’ex Ilva: “Serve lo Stato”

Tutto risolto, quindi? Neanche per sogno. Almeno a sentire il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che ha lasciato il Mimit con parole nette: “Esco peggio di come sono entrato”. Il motivo, spiega, è che all’incontro si è parlato di investitori generici, mentre per la Regione occorre partire dal polo siderurgico decarbonizzato, con i forni elettrici, che deve restare a Taranto. Sulla governance Decaro non fa sconti: serve la presenza dello Stato, non per ideologia statalista ma perché, dice, “la crisi industriale riguarda uno dei settori strategici del Paese”.

Sulla stessa linea il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che condiziona ogni giudizio a “una proposta certa, completa, con un piano industriale e un programma di investimenti che abbia come garante lo Stato”. Il primo cittadino chiede attenzione su amianto, incentivi all’esodo e tutela dei lavoratori, avvertendo che dopo l’ordinanza della Corte d’Appello “non c’è più tempo per lo scaricabarile”.

Fiom: “I ministri hanno disertato i tavoli cn i sindacati”

A raffreddare gli entusiasmi arriva anche la voce della Fiom. Il coordinatore nazionale siderurgia, Loris Scarpa, denuncia l’approvazione del decreto Pnrr che svuota le risorse residue di Dri Italia, 1,2 miliardi stanziati ai tempi del governo Draghi per la decarbonizzazione degli impianti: una scelta, dice il sindacato, in contraddizione con l’unico piano industriale condiviso con i commissari e con le richieste sindacali.

Scarpa nota anche un dettaglio politico non secondario: ai tavoli con i sindacati i ministri erano assenti, a quelli con gli industriali presenti. Da lì lo stato di agitazione permanente proclamato dopo lo sciopero di lunedì a Taranto.