Immobili pubblici in vendita. Il piano dismissioni è stato un fallimento. Degli 1,2 miliardi stimati, incassati appena 32 milioni

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La previsione era quella di incassare un miliardo e 200 milioni di euro in tre anni. Il bilancio finale è quello di un introito di 34 milioni e mezzo di euro, di cui 2 devono essere destinati all’Agenzia del Demanio per coprire i costi delle “attività correlate”. Restano così, al netto delle spese, circa 32 milioni e mezzo. Meno del 3 per cento rispetto a quanto indicato come obiettivo dalla Legge di Bilancio 2018. Morale: il piano straordinario di dismissioni immobiliari è stato un fallimento.

Flop piano dismissioni, con la vendita di caserme, ospedali e altri immobili lo Stato ha incassato una miseria

La vendita di caserme, ospedali e, in generale, uffici pubblici in disuso ha incassato una miseria. Ad accertare questo flop sono i dati del ministero dell’Economia e delle finanze, confermati a La Notizia dall’Agenzia del demanio.

Il progetto risale al governo gialloverde, nella prima e unica manovra approvata, sotto la spinta dell’allora ministro dell’Economia, Giovanni Tria (nella foto). Era lui, dalla tolda di comando del Mef, a tranquillizzare l’Unione europea sulla tenuta dei conti pubblici, garantendo l’abbattimento di parte del debito con la cessione di parte del patrimonio statale non adeguatamente utilizzato.

Il cronoprogramma, messo nero su bianco nella Legge di Bilancio, prevedeva un incasso di 950 milioni di euro per il 2019, e altri 150 milioni sia per il 2020 che per il 2021. Per un totale, appunto, un miliardo e 200 milioni di euro. Le tabelle del Mef hanno certificato che per il 2019 sono maturati introiti di 5 milioni e 751mila euro.

L’anno successivo è quello migliore di tutti: le entrate sono aumentate fino a 20 milioni 739mila euro. Ma nel 2021 il trend di risalita si è arrestato ed è tornata la curva discendente: nelle casse statali sono affluiti poco meno di 8 milioni. Numeri che sono lontani dagli obiettivi fissati nei giorni della manovra. “Si sta lavorando in modo intenso”, garantiva Tria, oggi ripescato dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ai vertici della fondazione Enea Tech e Biomedical.

In quei giorni il Mef si diede molto da fare per predisporre l’elenco dei beni da dismettere, dal Nord al Sud. Nello specifico si prescriveva che le risorse sarebbero finite “al Fondo per ammortamento dei titoli di Stato (per ridurre la consistenza dei titoli di Stato circolanti, ndr)” e quelle restanti direttamente “alla riduzione del debito”.

Tria puntava sullo stimolo agli locali per fare in modo che valorizzassero il patrimonio immobiliare per venderlo a una cifra più consistente, restituendo una parte (tra il 5 e il 15 per cento). Una serie di buone intenzioni, che non ha trovato riscontri.

In questa vicenda tutta all’italiana, c’è anche un altro punto alquanto significativo, che oggi suona come una beffa. Nella manovra era stata autorizzata un’ulteriore spesa per consentire al Mef di “conferire incarichi di consulenza a società di provata esperienza e capacità operativa, nazionali od estere, nonché a singoli professionisti”.

In compenso sono lievitati i costi per le consulenze, da 150 a 450mila euro

Per le consulenze era stato previsto uno stanziamento di 150mila euro all’anno, che nel triennio diventano 450mila euro. Nella previsione di un piatto così ricco, l’esborso appariva come la distribuzione di briciole. E invece le briciole sono quelle portate a casa dall’intero piano.