Impiegato dell’Inps distratto

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Angelo Perfetti

Se sbagli paghi. Non serve essere condannati dalla magistratura ordinaria per dover dare conto allo Stato dei propri errori e pagarne salatissime conseguenze. Se fino a oggi infatti per vedersi chiedere soldi di risarcimento era indispensabile essere prima condannati per truffa o per frode, la Corte dei Conti – sezione giurisdizionale della Calabria – ha rivoluzionato il concetto. E così un dipendente dell’Inps è stato condannato a risarcire l’Ente per un importo di 3 milioni e 261 mila euro per aver indotto l’Inps a pagare più volte, e indebitamente, pensioni maturate e non riscosse. Insomma, anche in assenza di dolo conclamato (il processo è ancora in corso e a tutt’oggi  non c’è stato nessun rinvio a giudizio), per lo Stato basta essere poco diligenti per essere licenziati e per doverne pagare di tasca propria. Intendiamoci, qui non si tratta di una singola distrazione. Secondo i giudici contabili, gli “errori” si sono protratti per 4 anni (dal 2008 al 2012) fino ad arrivare a 604 casi, tanto da far lievitare le indebite erogazioni ad un importo di quasi 5 milioni di euro. Sempre secondo la ricostruzione effettuata dalla Procura contabile, veniva inizialmente erogata una prima liquidazione di pensioni maturate e non riscosse, correttamente ed integralmente effettuata, con la quale venivano soddisfatte le spettanze di tutti gli eredi del dante causa; poi arrivata una seconda indebita erogazione, sulla medesima prestazione, in favore di beneficiari privo di una effettiva relazione di parentela. Per fare questa operazione venivano prodotti certificati anagrafici  contraffatti. Infine venivano retrodati dei verbali di visita medica con l’intento di giustificare le rilevanti somme liquidate. Non potendo accertare il dolo, la linea difensiva ha puntato sulla impossibilità per l’impiegato di controllare tutta la mole di documenti arrivata e necessaria per la liquidazione. Ma anche qui la Corte dei Conti ha fatto muro: secondo quanto scrivono i giudici, infatti, “la procedura telematica prevista per la liquidazione delle rate di pensione maturate e non riscosse pone in risalto,  sin dal momento dell’acquisizione di una nuova domanda,  tutte le precedenti istanze  presenti nell’archivio centrale relative al codice fiscale del dante causa, evidenziando la matricola dell’operatore medesimo e, nella parte relativa alle posizioni in archivio storico, ulteriori elementi identificativi (categoria di prestazioni, numero di certificato, sede di produzione, codici fiscali degli eredi, progressivo delle liquidazioni, nome e cognome e data di nascita degli eredi, data di elaborazione della liquidazione). Tale sistema è predisposto proprio al fine di evitare errori che possano determinare  doppie liquidazioni di ratei”. Dunque, niente sconti.