C’è anche un imprenditore molto legato a Durigon tra gli arrestati nella maxi-retata antimafia di Latina. Di Marcantonio per i pm sarebbe il mandante di un rapimento

Latina Durigon
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Passano gli anni ma a Latina comandano sempre gli uomini del clan Di Silvio. A dirlo ai suoi sodali, come emerge dalle indagini che hanno portato al blitz di ieri in cui sono state eseguite 33 misure cautelari (leggi l’articolo), è il boss Giuseppe Di Silvio, detto Romolo, che in un’intercettazione raccontava – senza giri di parole e direttamente dalla sua cella a Rebibbia – che “voi tenete la città in mano”. Un’inchiesta destinata a creare clamore soprattutto perché tra gli arrestati c’è anche Simone Di Marcantonio, ossia l’imprenditore pontino legato a doppio filo al leghista Claudio Durigon (nella foto).

Un rapporto di fiducia e conoscenza che appare evidente alla luce del fatto che l’attuale responsabile del dipartimento Lavoro della Lega, già sottosegretario, nel 2018 e come ultimo atto da dirigente dell’Ugl nominava Di Marcantonio a capo del settore del sindacato che si occupa di partite Iva. Un incarico da cui era stato rimosso dopo un anno perché erano emerse le prime indagini che lo mettevano nel mirino dei pm.

Ma se prima erano solo dubbi o ipotesi, ora per l’imprenditore ed ex sindacalista le cose si sono fatte complicate perché i magistrati di Latina gli contestano l’accusa di essere il mandante del rapimento, pistola in pugno, di Emilio Pietroboni che all’epoca dei fatti era il prestanome di una sua società e oggi è diventato un collaboratore di giustizia. Sostanzialmente, per i pm, il fedelissimo di Durigon avrebbe assoldato due scagnozzi per “convincere” Pietroboni a bloccare un assegno che lo stesso aveva fatto in favore di una persona terza.

Che a Latina comandino i clan, lo sanno bene anche i magistrati di Latina che da tempo stanno colpendo il potente clan sinti, gemellato con i Casamonica e gli Spada. Nell’operazione di ieri, ai cinquanta indagati viene contestato, a seconda delle posizioni, un elenco lunghissimo di reati tra cui spiccano l’associazione per delinquere di tipo mafioso, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’estorsione, il sequestro di persona, il furto, la detenzione e il porto abusivo di armi.

Un’inchiesta delicata, coordinata dal procuratore aggiunto di Roma Ilaria Calò, nata sulla scia di una lunga serie di spedizioni punitive effettuate dal clan ai danni di commercianti del centro storico. Fatti che sono stati confermati grazie all’uso di intercettazioni telefoniche, ambientali e perfino riprese video, ma soprattutto con l’aiuto, definito “decisivo”, di cinque collaboratori di giustizia che hanno svelato le continue estorsioni e vessazioni, tanto nei confronti di commercianti quanto verso normali cittadini, portate avanti dai Di Silvio nel cuore di Latina.

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