In Italia il lavoro non si trova. Ma si sfruttano 260mila minori

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di Andrea Koveos

La piaga del lavoro minorile non risparmia i Paesi più avanzati, e tra questi l’Italia, dove 260 mila ragazzi sono costretti a lavorare. Sono i risultati di Game Over, indagine sul lavoro minorile realizzata dall’Associazione Bruno Trentin e da Save the Children. Un quadro disarmante: sono almeno 30mila i 14-15enni a rischio di sfruttamento. Provengono da famiglie povere il cui unico destino è la strada. Di fronte alla necessità si accettano lavori pericolosi per la salute. Spesso i ragazzi sono costretti a lavorare di notte e in modo continuativo. Una prima mappatura del lavoro minorile in Italia ci consegna un Paese fortemente spaccato: al centro e al nord il rischio spazia da “molto basso” (e Roma e Milano) a “medio”, al sud e nelle isole, diventa “alto” e “molto alto” con i picchi più alti in Sicilia e nelle province di Foggia e Vibo Valentia. Emerge come quasi tre ragazzi su quattro lavorano per la famiglia, aiutando i genitori nelle loro attività professionali (41%) o, comunque, dando il loro contributo nei lavori di casa (33%: ma questa “categoria” non è stata oggetto di analisi).

Camerieri e ambulanti
Tre le esperienze lavorative più frequenti: ristorazione (18,7%), in qualità di baristi, camerieri, aiuto-cuoco, in pasticceria o in panificio; attività di vendita (14,7%), anche ambulanti, come commessi o come aiuto generico; attività in campagna (13,6%), dalla coltivazione al lavoro con gli animali. Seguono le attività artigianali (8,9%), l’intrattenimento di bambini estranei alla famiglia (4%), lavoretti d’ufficio (2,8%) e aiuto nei cantieri (1,5%). Dall’indagine emerge che si inizia prima degli 11 anni (0,3%), ma è con il crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno (3% degli 11-13enni), per raggiungere il picco di quasi 2 su 10 (18,4%) tra 14 e 15 anni, al passaggio dalla scuola media a quella superiore, in cui si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media Ue a 27 del 15%). Il lavoro minorile non fa differenze di genere. Le esperienze di lavoro tra 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali, ma 1 su 4 lavora per periodi fino a un anno e c’è il 24% supera le 5 ore di lavoro quotidiano. Quasi il 45% ha dichiarato di ricevere un compenso per le opere prestate, ma la percentuale si alza se l’attività è svolta in ambito familiare. 1 ragazzo su 4 che viene pagato lavora per altre persone.

Criminalità in fasce
È curioso come nella percezione dei ragazzi l’esperienza lavorativa sia facilmente conciliabile con lo studio: solo il 23% lo considera stancante ma comunque fattibile e l’11 lo trova logorante al punto da trovarsi a dover scegliere il lavoro quando la fatica diventa insopportabile. Per il 65,5%, non c’è problema. “Al di là dei numeri che descrivono un fenomeno non marginale e in continuità da un punto di vista quantitativo con gli ultimi dati che risalgono ormai al 2002, l’indagine mette in evidenza come la crisi economica in atto rende ancora meno negoziabili le condizioni di lavoro” ha dichiarato Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children. «Dalle voci dei ragazzi raccolte con la ricerca partecipata, emerge il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione scolastica e reti familiari e sociali, che si trasforma in una vera trappola quando l’opportunità di soldi facili arriva a coinvolgere i minori in attività criminali”. E ancora: “Nonostante orari in alcuni casi pesantissimi, paghe risibili e rischi per la salute, come nel caso di chi lavora dalle 4 e mezzo di mattina alle 3 di pomeriggio con le mani nel ghiaccio per un pescivendolo ricavandone a mala pena 60 euro a settimana, la maggioranza dei minori raggiunti con la ricerca partecipata non ha la consapevolezza di essere sfruttata, e non sa nemmeno che cos’è un contratto di lavoro”.