Un’indifendibile foto choc. Che per tanti non va condannata. Salvini glissa sulle violenze subite dall’indagato. E ai giustizialisti che affollano la rete va bene così

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Sembra di essere tornati al tempo in cui ci si faceva giustizia da soli. Un far west dimenticato, tanto che ormai ci definiamo – e ci piace definirci – un paese civile dove la Legge, quella con la L maiuscola, dovrebbe essere uguale per tutti. Eppure con quanto accaduto negli ultimi giorni, qualche dubbio è lecito porselo dopo l’omicidio di un carabiniere e le sevizie in Caserma del suo presunto aguzzino. Del resto siamo arrivati al paradosso in cui il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ossia colui che deve garantire la nostra sicurezza, sia arrivato sostanzialmente a giustificare l’ingiustificabile: la foto shock che ritrae bendato e ammanettato uno dei due americani accusati di aver assassinato il carabiniere Mario Cerciello Rega.

Non parliamo di uno scatto pubblicato sui social relativo ad una bravata o a uno scherzo subito dagli amici tanti anni fa ma di una fotografia rubata, per giunta in Caserma. Basterebbe questo per indignare ma c’è di più perché lo scatto è arrivato appena pochi attimi prima dall’interrogatorio che, come sappiamo, ha portato il ragazzo alla tanto agognata confessione e che, in futuro, potrebbe esso stesso trasformarsi in un boomerang capace di far naufragare l’intera inchiesta. Eh si perché quell’immagine di Gabriel Christian Natale Hjorth è già entrata nella storia italiana e presto lo farà anche in qualche aula del Tribunale di Roma, esibita come prova della difesa di turno per sostenere che la confessione è stata forzata.

GIRO DEL MONDO. Nemmeno a dirlo, lo scatto incriminato ha subito fatto il giro del mondo. Altrettanto scontato il fatto che le reazioni più forti sono arrivate dagli Stati Uniti dove la mente degli americani è volata alla notte in questura passata da Amanda Knox, su cui pendeva l’accusa di aver assassinato l’amica e coinquilina Meredith Kercher. La storia, seppur molto diversa, presenterebbe qualche analogia con quanto subito da Natale Hjorth. Quest’ultimo come la connazionale, infatti, non è nulla più che un semplice indiziato. Ma c’è di più perché entrambi avevano subito sevizie psicologiche da parte degli agenti italiani. Se per il giovane sono state l’ammanettamento e la bendatura, nel caso della ragazza queste erano consistite nel suo interrogatorio fiume che, in barba alle leggi, era avvenuto in assenza del proprio legale e si era concluso con una confessione. Ma quest’ultima, essendo del tutto inservibile viste le modalità con cui era stata raccolta, in seguito venne ritrattata e ciò contribuì a decretare l’assoluzione di Amanda.

SEVIZIE GRATUITE. Inutile girarci intorno, si è trattato di una barbarie inutile subita da una persona indiziata di reato. Ma anche fosse già stata accertata la sua colpevolezza, nulla giustificherebbe un comportamento tanto disumano. Nemmeno il reato gravissimo che, in questo caso, è quello di omicidio di un carabiniere. A guardare bene il problema in questa storia è che con queste sevizie lo Stato è sceso sullo stesso livello, se non al di sotto, di quello dei criminali che intende assicurare alla giustizia, passando così dalla parte del torto. Un pericoloso ribaltamento dei ruoli che una società che si dice civile non può accettare. Ben venga, in tal senso, la scelta dell’Arma che ha immediatamente individuato e trasferito il militare autore del vile gesto. Può sembrare un atto dovuto quello dei vertici dei carabinieri ma non lo è affatto perché segna, una volta per tutte, una linea di demarcazione tra quello che era l’Arma al tempo di Stefano Cucchi e quello che è diventata oggi.