Inferno di cristallo a Londra. L’Italia non corre gli stessi pericoli, ma per scuole e alberghi latitano i piani antincendio

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Partiamo da un assunto. L’Italia non è l’Inghilterra. Da noi non ci sono edifici così alti e, cosa non secondaria, abbiamo un corpo, quello dei Vigili del Fuoco, attento al monitoraggio, aiutato e incentivato anche da regole ferree. Ciò, tuttavia, non vuol dire che non ci siano buchi o falle nel sistema. A cominciare, ad esempio, dal fatto che un report ufficiale per conoscere eventuali percentuali degli edifici che rispettano le norme antincendio, non è previsto dalla legge. “Le norme – spiega a La Notizia l’ingegnere Stefano Marsella, direttore dell’Istututo Superiore Antincendi dei Vigili del Fuoco – prevedono che tutti i proprietari degli edifici superiori ai nove piani debbano chiedere il Certificato di Prevenzione Incendi. Sostanzialmente il titolare deve produrre un progetto in cui attesta che sono rispettate le norme antincendio”. Insomma, non parliamo di una vera e propria mappatura perché, come ci spiega ancora Marsella, “lo Stato di fatto non sa dove siano gli edifici se i proprietari non fanno la richiesta”. Difficile però che si possano bypassare controlli e certificazioni: “C’è il controllo incrociato”, ci spiega ancora Marsella. Il Comune, infati, quando deve dare l’agibilità e raccoglie tutte le certificazioni necessarie, chiede pure quella dei Vigili del Fuoco. In altre parole: se non la si fa in un primo momento, la si deve produrre poi.

Buchi e falle – Come detto, però, questo non vuol dire che non ci siano tasti dolenti. A cominciare dal fatto, ad esempio, che villette, casupole, ma anche palazzi di 5-6 piani non hanno alcun obbligo di produrre un piano antincendio vidimato dai Vigili del Fuoco. Nulla di nulla. Ma non è tutto. Una delle partite ancora aperte è quella relativa alle scuole. Si dirà: mai possibile che gli edifici scolastici non abbiano l’obbligo di avere specifici piani antincendio? Sì, è possibile. Anzi, è reale. Facciamo un passo indietro. Le regole sono state scritte nel 1992, ma – come spesso accade – si è andati avanti a suon di “ma le scuole non possono chiudere”. Così sono sono passati 25 anni. A maggio di quest’anno si è deciso di fare sul serio, anche perché il 60% delle scuole risultava non a norma. Ed è stato messo a punto un piano per “l’adeguamento alle norme di prevenzione e protezione dagli incendi” per tutti i 42 mila edifici scolastici italiani. Si doveva chiudere tutto entro il 26 novembre di quest’anno. Ma niente da fare: tra crisi di Governo e passaggi di campanella, il tempo è passato. La soluzione, se di soluzione si tratta, è arrivata con il decreto legge Milleproroghe. E cosa si dice nella norma? Semplicemente che “il termine di adeguamento alla normativa antincendio per gli edifici scolastici (…) per i quali (…) non si sia ancora provveduto è stabilito al 31 dicembre 2017”. Proroghe su proroghe. Esattamente come capita anche per le strutture recettive, ancora non a norma una buona fetta. Anche se qui dati certi è di fatto impossibile averli. L’ingegnere Marsella, però, tranquillizza tutti: “Le nostre scuole, anche nell’ottica anti-vandalica, sono comunque sicure, anche al di là di un piano ufficiale. L’adeguamento però resta necessario”.