L’inflazione si mangia i salari. Ma la solita Confindustria chiude al rinnovo dei contratti. L’Istat prevede per quest’anno un calo dei redditi del 5%

Confindustria
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Se non fosse tragica la commedia di ieri che ha come protagonisti il presidente di Confindustria e il mondo reale dei lavoratori italiani sarebbe un pezzo sublime di farsa teatrale. Si parte con la pomposa uscita di Carlo Bonomi che chiede di considerare gli imprenditori italiani come nuovi “eroi civili” perché stanno contenendo l’inflazione, dopo che l’altro ieri aveva bastonato il ministro del Lavoro Andrea Orlando per la sua proposta di subordinare l’erogazione di sussidi alle aziende (ovvero la mancetta data con i soldi pubblici) a rinnovi contrattuali che contemplino aumenti salariali per i dipendenti.

Per Bonomi l’aumento dei prezzi delle materie prime ha bloccato gli aumenti salariali

Bonomi dopo avere parlato addirittura di “ricatto” da parte del Governo (per Bonomi è un ricatto qualsiasi dovere da adempiere poiché sogna uno Stato che faccia il bonifico ai suoi associati e nient’altro) ribadisce che “con l’aumento dei costi delle materie prime nelle aziende non c’è più spazio per gli aumenti salariali” e quindi propone un cuneo contributivo per alleggerire i lavoratori (per 2/3) e, tanto che ci siamo, per le imprese (per 1/3).

Se nella Commedia dell’Arte fosse esistita la maschera dell’Ingordo questa sarebbe la scena d’apertura. Accade poi che poche ore dopo solita paternalistica uscita del presidente di Confindustria l’Istat diffonda i dati sulle retribuzioni del primo trimestre dell’anno da cui emerge ciò che tutti sanno: i salari sono invariati ma i prezzi al consumo sono aumentati e quindi i lavoratori guadagnano sempre di meno. Sarà perché le “materie prime” di cui parla Confindustria si alzano per tutti, anche fuori dal dorato mondo delle fabbriche.

Ma l’Istat dice anche che “nel primo trimestre del 2022 la crescita delle retribuzioni contrattuali rimane contenuta. La durata dei contratti e i meccanismi di determinazione degli incrementi contrattuali seguiti finora hanno determinato un andamento retributivo che, considerata la persistenza della spinta inflazionistica, porterebbe, nel 2022, a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

Stipendi più bassi del 5% nel 2022: “incrementi retributivi basati sull’inflazione effettiva si segnalano solo per il settore del legno (prassi avviata nel 2016); incrementi sostenuti – decisamente più favorevoli rispetto alle previsioni dell’indicatore di inflazione (Ipca al netto beni energetici importati) – si registrano per gli edili, grazie all’accordo di rinnovo che sembra riflettere la performance particolarmente positiva mostrata da questo comparto nell’ultimo periodo”, scrive l’istituto.

Del resto gli adeguamenti salariali sono parametri all’inflazione “programmata” (ovvero quella indicata dal Governo) che da sempre è inferiore rispetto a quella effettiva: per il 2022 si parla di una previsione dello 0,8% mentre siamo al 5,2%, con lo spettro della guerra che agita tempi ancora più bui. Se a questo aggiungiamo che, è sempre l’Istat a dirlo, alla fine di marzo 2022 i contratti che devono ancora essere rinnovati sono 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti (il 55,4% del totale) mentre si allunga il tempo medio per i lavoratori con contratto scaduto (tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi) possiamo tranquillamente affermare che quest’anno l’autunno sarà caldissimo per le ricadute sociali di un Paese che si sta impoverendo.

Chissà se dalle parti di Draghi qualcuno avrà il nerbo per spiegare a Bonomi e a certi liberisti con soldi pubblici che il Pil della dignità dei lavoratori italiani è sensibilmente più importante di qualsiasi altra cosa per tenere in piedi un Paese e per evitare un conflitto sociale che rischia di esasperarsi. Come dice il segretario Uil Pierpaolo Bombardieri c’è da “sperare che Bonomi non pensi di far arrestare i sindacalisti che in modo reazionario chiedono aumenti salariali. Siccome alcune sue aziende stanno in Russia non vorremmo che il clima della guerra avesse coinvolto anche il presidente di Confindustria. Chiedere aumenti salariali e chiedere condizioni migliori per gli italiani fa parte di un percorso di civiltà del Paese”.

Tutto questo accade in Italia, l’unico Paese europeo in cui, a partire dal 1990, lo stipendio medio dei lavoratori è diminuito: lo dice un’analisi effettuata dalla fondazione indipendente Openpolis e basata sui dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Da noi il salario medio annuale è calato del 2,90% negli ultimi 30 anni. In tutti i restanti Paesi europei lo stipendio è aumentato. Ora bisogna non trasformare la farsa in tragedia.