Come largamente preventivabile, il viaggio di Benjamin Netanyahu a Washington aveva il preciso scopo di spingere Donald Trump a lanciare un’offensiva contro l’Iran. Durante il faccia a faccia, il settimo in tredici mesi, a riprova del forte legame tra i due leader, il presidente americano e il primo ministro di Israele hanno discusso a porte chiuse per quasi tre ore.
Una discussione che le parti hanno definito “positiva” e “costruttiva”, ma che, secondo i media statunitensi, nasconde un’inattesa resistenza di Trump di fronte al pressing asfissiante di Netanyahu sul blitz contro Teheran e sull’annientamento di Hamas. All’incontro tra i due leader hanno preso parte anche Marco Rubio, segretario di Stato, Pete Hegseth, alla guida del Pentagono, oltre a Steve Witkoff e Jared Kushner, il genero del presidente, che stanno portando avanti i negoziati con l’Iran.
Trump e Netanyahu divisi su Gaza e Iran
Il vertice, secondo il New York Times, è iniziato proprio sulla situazione di Gaza, dove si segnalano le prime vistose crepe tra i desiderata dei due leader. Bibi, che con riluttanza ha accettato di entrare a far parte del “Consiglio di Pace”, in cui sono presenti anche leader di Paesi che Israele bolla come “nemici”, è tornato a chiedere l’aiuto americano per mettere fine al gruppo terroristico palestinese.
Una richiesta – poi risultata vana perché rigettata dal tycoon – che si spiega con i timori di Netanyahu, in vista delle prossime elezioni in Israele, dove viene dato in forte difficoltà dai sondaggi, di vedere deluse le sue promesse di “vittoria totale su Hamas”. Infatti, sul punto Trump, dopo mesi di minacce in cui paventava l’imminente distruzione di Hamas, pur di salvare la fragile tregua, ha recentemente aperto a una soluzione “soft”: il disarmo parziale dei miliziani, che dovranno rinunciare alle armi pesanti ma potranno continuare ad avere – ufficialmente per ragioni di sicurezza interna – armamenti leggeri.
Pressing flop di Bibi per l’attacco contro Teheran
Ma il faccia a faccia è stato soprattutto incentrato sulle tensioni con l’Iran. Anche qui il primo ministro di Israele ha pressato il presidente americano affinché colpisca il regime islamico con la flotta statunitense già schierata nell’area e più che pronta a sferrare un attacco. Un blitz che, però, gli Usa vogliono rimandare il più possibile, nella speranza di risolvere la situazione con la diplomazia.
Che la richiesta sia stata effettivamente presentata da Bibi a Trump lo ha detto molto chiaramente il leader americano, raccontando al termine dell’incontro che “non abbiamo raggiunto nessun accordo, niente di definitivo. Ho insistito che le trattative (con l’Iran) devono andare avanti”. Malgrado ciò, probabilmente per non irritare ulteriormente Bibi, ha aggiunto un nuovo e avvertimento a Teheran: “L’ultima volta che gli iraniani non hanno voluto un’intesa, li abbiamo bombardati. Spero che questa volta siano più ragionevoli”. Trattative che, per l’inquilino della Casa Bianca, devono portare necessariamente all’interruzione del programma nucleare, mentre sembra ormai superata la condizione di porre fine anche al programma missilistico iraniano.
Questo perché rinunciare alle testate balistiche è considerato “non negoziabile” dai consiglieri della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, quindi insistere su questo punto comporterebbe l’inevitabile stop ai negoziati e l’avvio di una campagna militare. Ciò non significa che la guerra sia stata definitivamente scongiurata, ma che si farà il possibile per evitarla.
La tensione con l’Iran resta alta
Dopo le dichiarazioni di Trump, che hanno svelato le manovre di Netanyahu, dall’Iran sono arrivate parole dure nei confronti di Bibi. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto che Netanyahu “sta tentando di sabotare i negoziati con gli Usa sul programma nucleare di Teheran, in modo da poter scatenare una nuova guerra che destabilizzerebbe la regione”, aggiungendo che gli Usa “fanno bene a non dargli corda”.
Ma a Teheran l’aria resta tesa e, come svelato dall’Institute for Science & International Security, le ultime immagini satellitari ad alta risoluzione del più grande e importante impianto nucleare iraniano – escluso dagli attacchi dei mesi scorsi perché apparentemente ancora non operativo – mostrano il lavoro dei tecnici per sigillarlo in vista di probabili attacchi aerei americani o israeliani.
Ancor più indicative dei timori iraniani sono, però, le parole del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che su X ha scritto che “raggiungere un accordo sul nucleare è possibile, ma solo se equo ed equilibrato. Teheran difenderà la propria sovranità a qualsiasi costo. I nostri diritti e la nostra dignità non sono negoziabili”, aggiungendo in un successivo post che, se attaccato, l’Iran “reagirà con forza inaudita”.