In Iran la pace resta un tabù. Trump si dice certo che la guerra è agli sgoccioli, ma apre ai negoziati con Teheran che, però, rifiuta e cerca l’escalation

In Iran la pace resta un tabù. Trump assicura "la guerra è agli sgoccioli", ma apre ai negoziati. Ma Teheran rifiuta e cerca l'escalation

In Iran la pace resta un tabù. Trump si dice certo che la guerra è agli sgoccioli, ma apre ai negoziati con Teheran che, però, rifiuta e cerca l’escalation

Quando finirà la guerra in Iran? È questa la domanda sulla bocca di tutti dopo che il conflitto è entrato nell’undicesimo giorno, senza grandi certezze che, al contrario di quanto ripeteva e ripete Donald Trump, possa concludersi rapidamente. Con il solito show, il tycoon statunitense ha ripetuto che la guerra “finirà presto, molto presto”, ma “non questa settimana”.

Ottimismo che appare surreale alla luce dei combattimenti che continuano in tutto il Medio Oriente, e soprattutto davanti alle dichiarazioni delle altre parti in causa. Sul punto, infatti, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha gelato ogni speranza di pace a breve termine dichiarando che “non abbiamo ancora finito con gli attacchi”, perché la sua idea resta quella di “far crollare il regime in Iran”, anche se, ammette, per riuscirci è necessario il coinvolgimento “del popolo iraniano”.

La guerra in Iran prosegue e la pace resta un tabù

La realtà, almeno stando a quanto racconta il New York Times, è che “Trump non ha idea di come porre fine alla guerra con l’Iran”. A dirlo è l’autorevole columnist Thomas L. Friedman, vincitore di tre premi Pulitzer e profondo conoscitore del Medio Oriente. Per Friedman “è ovvio che Trump e Netanyahu hanno iniziato questa guerra senza avere in mente un obiettivo finale chiaro”, anche se ammette di sospettare che Bibi “sarebbe felice di trasformare l’Iran in un’altra grande Gaza e di continuare a ‘tagliare l’erba’ o a minacciare periodicamente” Teheran.

Lo stesso stimato editorialista ha anche fatto notare, a riprova della sua analisi, che il presidente americano da giorni “va dicendo cose davvero ridicole e spesso contraddittorie che rivelano un comandante in capo che si inventa tutto di sana pianta. Un giorno è un cambio di regime, un giorno no; un giorno non gli importa del futuro dell’Iran, il giorno dopo avrà voce in capitolo nella scelta del prossimo leader del Paese; un giorno è aperto ai negoziati, il giorno dopo chiede la resa incondizionata”.

Paradossalmente, a confermare questa sensazione è stato lo stesso leader Usa che, a Fox News, dopo aver ribadito strambe teorie per giustificare l’attacco — tra cui spicca l’ultima, secondo cui “se non avessi colpito l’Iran, avrebbero conquistato tutto il Medio Oriente” — si è detto disponibile a trattare con Teheran la fine delle ostilità. Un invito a negoziare che, però, il consigliere per la politica estera della Guida suprema iraniana, Kamal Kharazi, ha respinto al mittente dicendo che “l’Iran non vede più alcun margine per una soluzione diplomatica alle ostilità con gli Stati Uniti e si prepara a un conflitto di lunga durata”.

La scia di sangue non si arresta e cresce pure il rischio di escalation

Difficile capire come stiano le cose e se l’Iran possa davvero sostenere un conflitto di lunga durata. Secondo Trump, infatti, Stati Uniti e Israele hanno distrutto “circa l’80% dei siti di lancio missilistici dell’Iran” e al regime degli ayatollah di Mojtaba Khamenei resterebbero “pochi missili e droni”. Dichiarazioni che sembrano fin troppo ottimistiche, perché gli attacchi iraniani, seppur diminuiti, non sono affatto terminati.

Anzi, il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha annunciato un’ulteriore escalation degli attacchi contro Israele, dicendo che da ora in poi userà missili di nuova generazione e aggiungendo che questi verranno indirizzati contro i lanciamissili mobili degli Usa situati nei Paesi arabi. Insomma, parole che lasciano presagire una nuova escalation che sembra già iniziata.

Infatti Washington e Tel Aviv hanno martellato numerose città, in particolare Isfahan, Kerman e Teheran. Raid brutali in cui, secondo i media, un missile statunitense avrebbe colpito una scuola nella città di Khomeyn, nell’Iran centrale, causando un’altra carneficina.

La dura risposta dei pasdaran

Dal canto suo, l’Iran ha risposto colpendo il consolato degli Emirati Arabi Uniti in Iraq, la base americana al Harir, sempre in Iraq, e un albergo a Manama, in Bahrein, utilizzato dai militari statunitensi.

Ma non è tutto. Le forze iraniane hanno dichiarato di aver colpito anche una raffineria di petrolio e depositi di carburante nella città israeliana di Haifa, in risposta ai recenti raid dell’Idf sui depositi di carburante iraniani.

Quel che è peggio è che rischia di aprirsi un nuovo fronte di guerra tra Iran e Iraq, visto che il governo di Baghdad ha annunciato di aver schierato l’esercito lungo il confine, precisando che, se i militari verranno colpiti, allora l’Iraq “reagirà”. Un’eventualità che, se dovesse concretizzarsi, potrebbe portare il conflitto a un allargamento incontrollato e dagli esiti imprevedibili.