Islamici abbandonati nelle carceri, così si favorisce l’Isis: seimila musulmani detenuti e solo 11 imam riconosciuti

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di Carmine Gazzanni

Non solo le frontiere. Il pericolo Isis potrebbe essere più vicino di quanto si pensi e il nostro Paese non ha gli anticorpi per difendersi a dovere. A dirlo, nero su bianco, è stato il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, nell’ultima relazione sulle attività svolte dalla Dna. Dopo l’approvazione delle nuove norme antiterrorismo, infatti, la Direzione antimafia ha ottenuto la delega anche al coordinamento delle inchieste sul terrorismo. Ebbene, dal rapporto emerge un particolare non da poco: è innanzitutto nelle carceri che lo “Stato-mafia” (così la Dna definisce l’Isis) fa proselitismo. Ed è proprio qui che, purtroppo, si annidano incredibili e pericolose falle nel sistema.

L’AVVERTIMENTO
Nella relazione, non a caso, si insiste sull’importanza di un “adeguato monitoraggio della numerosa popolazione carceraria di fede islamica, al fine di individuare possibili forme di proselitismo volte a realizzare, tra tale popolazione carceraria forme di radicalizzazione estrema della fede religiosa che possa portare alla formazione di cellule terroriste, legate a Daesh”. C’è un aspetto, infatti, da tenere a mente: secondo gli ultimi dati, nelle carceri italiane, ci sono 19 detenuti di fede islamica radicalizzati e ristretti in apposite sezioni di alta sicurezza; accanto a costoro, però, circa 282 sono gli “attenzionati” rinchiusi in carcere per reati comuni. E la “platea” potrebbe facilmente allargarsi. Secondo la relazione, infatti, “la maggioranza dei detenuti, ristretti per reati comuni, sono esposti al rischio di possibili attività di proselitismo”. Ed ecco il punto: per evitare il rischio del “radicalismo” nelle carceri, “appare opportuno investire innanzitutto nella formazione interculturale del personale della Polizia Penitenziaria e nell’apertura delle carceri a rieducatori di fede musulmana, adeguatamente preparati e moderati”.

I DATI
E arriviamo al punto: il sistema carcerario italiano manca di ministri di culto islamici, col rischio che i detenuti cadano nella rete del proselitismo terroristico. I dati, raccolti dall’associazione Antigone, sono inverosimili: oggi nelle carceri italiane contiamo oltre 50mila detenuti. Di questi, ben 5.781 sono islamici (il secondo credo religioso praticato dopo quello cattolico). Ma gli imam riconosciuti sono troppo pochi: soltanto 11. In pratica, per ogni ministro di culto ci sono 525 fedeli da ascoltare e rassicure. Per gli imam, infatti, secondo le denunce raccolte da Antigone, è difficile l’accesso nelle carceri “per motivi di sicurezza” e, soprattutto, per la mancanza di spazi ad hoc, a differenza invece dello spazio garantito ai scaerdoti: non c’è penitenziario che sia provvisto almeno di una cappella. La differenza tra Islam e Cattolicesimo, insomma, è disarmante. E lo stesso vale anche per gli altri credo. Anche minori. Prendiamo i Testimoni di Geova. Nelle carceri ci sono 31 fedeli. E i ministri riconosciuti sono ben 391. In pratica ogni carcerato potrebbe ricevere la benedizione corale di 12 anziani (il corrispettivo dei sacerdoti nei Testimoni). Stesso discorso anche per i buddhisti (77 detenuti e 24 ministri di culto), per gli ortodossi dell’Est europeo (che possono contare su 34 sacerdoti) e per gli avventisti che, sebbene non siano nemmeno 20 in tutte le carceri italiane, possono avvalersi della lieta novella dei loro 30 ministri a disposizione. Che dire, ancora, dei fedeli dell’Assemblea di Dio: altri 46 sacerdoti riconosciuti dal Dipartimento Penitenziario. Insomma,  una differenza che salta all’occhio. E che potrebbe essere molto pericolosa.

Tw: @CarmineGazzanni

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