L’Istat prevede un calo del Pil dell’8,3% nel 2020 e un rialzo del 4,6% nel 2021. Gualtieri: “Possibilità concreta di ripresa già nel terzo trimestre”

dalla Redazione
Politica

L’Istat prevede un calo del Pil dell’8,3% nel 2020 e una ripresa parziale nel 2021, con un rialzo del 4,6%. E’ quanto emerge dal Rapporto “Le prospettive per l’economia italiana nel 2020-2021” pubblicato dall’Istituto di Statistica. Nell’anno in corso la caduta del Pil sarà determinata prevalentemente dalla domanda interna al netto delle scorte (-7,2 punti percentuali) condizionata dalla caduta dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie (-8,7%) e dal crollo degli investimenti (-12,5%), a fronte di una crescita dell’1,6% della spesa delle Amministrazioni pubbliche. Anche la domanda estera netta e la variazione delle scorte sono attese fornire un contributo negativo alla crescita (rispettivamente -0,3 e -0,8 punti percentuai). “I dati Istat indicano una possibilità concreta di una ripresa già nel terzo trimestre, colgo segnali di ripartenza” ha commentato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

L’evoluzione dell’occupazione, misurata in termini di Ula, è prevista evolversi in linea con il Pil, con una brusca riduzione nel 2020 (-9,3%) e una ripresa nel 2021 (+4,1%). Diversa appare la lettura della crisi del mercato del lavoro attraverso il tasso di disoccupazione, il cui andamento rifletterebbe anche la decisa ricomposizione tra disoccupati e inattivi e la riduzione del numero di ore lavorate. L’andamento del deflatore della spesa delle famiglie manterrebbe una intonazione negativa nell’anno corrente (-0,3%) per poi mostrare modesti segnali di ripresa nell’anno successivo (+0,7%).

Nel corso del 2019, la spesa per consumi finali nazionali ha manifestato persistenti segnali di debolezza fino alla stagnazione segnata nel quarto trimestre. Al marginale aumento in media d’anno (+0,2% rispetto al 2018) è seguita la caduta dei consumi del primo trimestre 2020, collegata alle misure di lockdown. L’impatto congiunturale sulla spesa complessiva per consumi italiani (-5,1%) è stato di intensità simile a quello registrato in Spagna ma peggiore rispetto a quanto avvenuto in Francia e Germania (rispettivamente -4,5% e -2,2%). Considerando il solo aggregato delle famiglie, la caduta dei consumi è stata invece più marcata in Spagna (-8,2%) rispetto all’Italia (-6,6%) e minore in Francia e Germania (-5,8% e -3,1% rispettivamente). Il calo della spesa per consumi delle famiglie risulta fortemente influenzato dalla contrazione degli acquisti di beni durevoli e di servizi, più accentuate in Italia (rispettivamente -17,5% e -9,2%) rispetto agli altri paesi. I beni di consumo non durevoli hanno invece manifestato una sostanziale tenuta, segnando un aumento in Germania (+0,7%) e riduzioni contenute in Italia (-0,9%) e Francia (-1,1%).

In Italia, gli ultimi dati sulle vendite al dettaglio riferite ad aprile, mese caratterizzato dalla presenza delle misure di lockdown più incisive, segnalano un deciso calo in volume rispetto al mese precedente (-11,4%) a sintesi di un andamento fortemente differenziato tra le vendite dei beni non alimentari (-24,5%) e quelle di beni alimentari (-0,4%). Tra i prodotti non alimentari la contrazione più marcata è stata segnata da calzature, mobili, articoli tessili, arredamento e abbigliamento e pellicceria. Nello stesso mese, e’ proseguito l’aumento del commercio elettronico (+27,1% il valore delle vendite rispetto ad aprile 2019). I dati più recenti sul clima di fiducia dei consumatori relativi a maggio 2020 confermano un quadro di difficoltà. Rispetto a marzo la diminuzione è ampia per il clima economico e corrente mentre il clima personale e quello futuro registrano diminuzioni di minore entità.

Inoltre, le attese sulla situazione economica dell’Italia hanno segnato un miglioramento pur rimanendo a livelli molto bassi. Il peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro e dell’attività produttiva, parzialmente attenuati dai provvedimenti del Governo, sono attesi produrre un effetto marcato sui comportamenti di spesa delle famiglie per l’anno corrente (-8,7%) e un miglioramento nell’anno successivi (+5,0%) in linea soprattutto con la prevista ripresa dell’occupazione. Le maggiori spese indicate dal Governo per fronteggiare la pandemia sono attese sostenere i consumi della PA nell’anno corrente (+1,6%) mentre nel 2021 si registrerebbe un sostanziale mantenimento dei livelli raggiunti (+0,3%).

“La lettura della crisi attraverso i dati del mercato del lavoro – rileva ancora l’Istat – assume forme e intensità diverse rispetto al consueto andamento degli indicatori. Dopo la sostanziale riduzione di ore lavorate e di unita’ di lavoro avvenuta nel primo trimestre, i dati di aprile provenienti dall’indagine sulle forze di lavoro segnano un significativo calo dell’occupazione (-1,2% rispetto al mese precedente, pari a -274mila unità) che riduce il tasso di occupazione di 0,7 punti percentuali. Sebbene la flessione sia diffusa per genere e posizione professionale, cali significativi riguardano i lavoratori dipendenti a termine (-5,6%, 129mila unità) e i lavoratori indipendenti (-1,3%, 69mila unità), rafforzando le tendenze in corso negli ultimi mesi. Rispetto ai non occupati, si amplifica la ricomposizione a favore dell’inattività (ad aprile in tasso di inattività è aumentato di 2 punti percentuali) mentre diminuisce la disoccupazione (-1,7 punti percentuali). Nel confronto con la media del 2019, nei primi 4 mesi dell’anno circa 500 mila persone hanno smesso di cercare lavoro transitando tra gli inattivi. Questo segnale presenta specificità di genere e fascia di età. Il tasso di inattività femminile è cresciuto di 2,3 punti percentuali mentre la disoccupazione e’ diminuita di 2,6 punti percentuali”.

L’aumento di inattività è stato più accentuato tra la fascia di età 35-49 (+10,4%, 278mila unita’) e 25-34 anni (+8,8%, 172mila unità). La contemporanea riduzione della disoccupazione oltre che in queste classi di età (rispettivamente -26,9%, 182mila unità, e -17,0%, 90mila unità) si è manifestata anche tra i più giovani, 15-24 anni (-31,8%, 119mila unità). La ricomposizione tra forze di lavoro e inattività è avvenuta in presenza di una decisa riduzione del numero di ore lavorate indotta dai provvedimenti a sostegno del mercato del lavoro e dalle definizioni utilizzate nell’indagine delle forze di lavoro che considera come occupato anche chi e’ assente dal lavoro (perche’ in Cassa Integrazione Guadagni – CIG). Il numero di ore settimanali effettivamente lavorate pro-capite, riferito al totale degli occupati, ha segnato quindi una decisa riduzione nei mesi di marzo e aprile quando si è attestato a 22 ore (34,2 la media del 2019). Il percorso di ripresa dell’occupazione appare quindi difficile e lungo ed è atteso evolversi congiuntamente ad un graduale aumento della disoccupazione e una riduzione dell’occupazione e dell’inattività.

In questo contesto, sia le ore lavorate sia le Ula rifletterebbero più precisamente gli andamenti della produzione con una forte riduzione nell’anno corrente e una moderata ripresa nel 2021. In particolare, le Ula registrerebbero una decisa contrazione nel 2020 (-9,3%) per poi aumentare nel 2021 (+4,1%) sostenute dalla ripresa economica. Nel biennio di previsione, gli effetti di transizione verso l’inattività sono attesi influenzare la disoccupazione che dovrebbe ridursi nell’anno corrente (9,6%) per poi aumentare quello successivo (10,2%). L’aumento dell’occupazione si accompagnerebbe a una caduta del monte retributivo che influenzerebbe anche le retribuzioni lorde per dipendente (-0,7% e -0,4% rispettivamente nel 2020 e nel 2021).