Italiani costretti a curarsi all’estero. L’altro costo della Sanità a pezzi. La Corte dei Conti indaga sui rimborsi ai Paesi stranieri. Nel 2019 abbiamo dato solo alla Francia 76,1 milioni

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Se mai ce ne fosse stato bisogno, con l’emergenza coronavirus sono diventati evidenti gli enormi ritardi, le politiche fallimentari portate avanti per troppi anni e le tante carenze del sistema sanitario. Falle che da lungo tempo vedono un ininterrotto pellegrinaggio di pazienti residenti in regioni con strutture più carenti verso quelle con centri migliori. Ma non c’è solo questo. Molti sono infatti anche gli italiani che, data la situazione della sanità nazionale, vanno a farsi curare all’estero, con milioni di euro che ogni anno l’Italia è costretta a pagare ad altri Paesi europei. Una mobilità prevista dalla stessa Ue, ma che per Roma ha sempre un saldo negativo, essendo più gli italiani che ricorrono agli ospedali stranieri che gli stranieri che scelgono le strutture sanitarie italiane. E su tale aspetto batte ora la Corte dei Conti, in un’indagine appena conclusa in cui evidenzia la necessità di apportare dei correttivi e a cui dovrà pensare il ministro della salute Roberto Speranza.

IL QUADRO. I magistrati contabili specificano che, a partire dagli anni Novanta, le disposizioni normative che hanno modificato il servizio sanitario nazionale nella governance, ma soprattutto il sistema di finanziamento, assieme ai provvedimenti in materia di federalismo fiscale e alle misure intraprese per la razionalizzazione della spesa pubblica e per la riduzione dei disavanzi regionali in sanità, hanno prodotto un forte ridimensionamento dell’investimento statale in tema di mobilità sanitaria delle persone in ingresso e in uscita dall’Italia. E la stessa Corte dei Conti già in passato ha più volte segnalato la criticità economica crescente nella gestione del capitolo di bilancio appositamente dedicato, per la presenza di “un significativo sbilanciamento finanziario dell’Italia con posizioni di debito che eccedono quelle di credito”. Un quadro che perdura e che viene sottolineato nel rapporto su “La mobilità sanitaria: l’assistenza transfrontaliera” appena stilato dai magistrati contabili. Del resto già all’interno dell’Italia le differenze tra una regione e l’altra in tema di sanità sono notevoli.

Secondo il VII Rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata, i “poli attrattivi” sono rappresentati principalmente da Roma, Milano, Genova, Bologna, Padova, Firenze, Pisa e Siena, con un “migrante della salute” su 4 che si reca in una di queste città”. E circa il 56% dei pazienti si sposta appunto per la qualità delle cure. C’è poi un 25% che si sposta scontrandosi con la piaga delle liste di attesa e un 19% per i problemi legati alla logistica. Senza contare chi va all’estero. Su quest’ultimo aspetto, oggetto principale dell’indagine della Corte dei Conti, emerge così che, guardando soltanto a quanto accaduto tra il 2014 e lo scorso anno, lo stanziamento iniziale per le cure in altri Paesi europei nel 2014 era di quasi 194 milioni di euro e alla fine è stato necessario tirarne fuori 261,5, mentre nel 2019 era di 68 milioni e ne sono serviti oltre il triplo: 215,6. Denaro diretto, guardando solo al 2019, principalmente alla Francia (76,1 milioni), alla Germania (57,2), alla Svizzera (39,1), alla Spagna (22,8) e all’Austria (11,8), seguite dal Belgio (10,7), dal Regno Unito (7), dall’Olanda (2,5), e dalla Slovenia (2,2). Per quanto riguarda invece i crediti, sono stati per l’Italia pari a 86,4 milioni di euro nel 2014 e a 178 milioni nel 2019. La differenza lo scorso anno, tanto per dare un’idea, tra debiti è crediti? -17,7 milioni. Un bilancio decisamente in perdita.