La Borsa cade. Ma il governo c’entra poco

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di Gaetano Pedullà

La Borsa cade, tutta colpa di Berlusconi. Ieri la stampa nazionale era pressoché unanime nel condannare l’orco, quell’irresponsabile di un Cavaliere che mettendo a rischio il governo mette a rischio anche i mercati, la ripresa, forse pure la pace nel mondo e il miracolo di Fatima. Ora, chi segue dalle sue origini questo giornale sa che La Notizia non ha nessuna tendenza di Destra o di Sinistra. Le notizie non possono avere colore politico e sinceramente il concetto di Destra e Sinistra così come oggi lo conosciamo sembra un arnese dell’800. Dunque, senza lasciarsi influenzare da alcunché, cerchiamo di capire cosa c’è dietro il tonfo di Piazza Affari, se da adesso i mercati pensano più alla politica che ai soldi, se quella dello spread è una scienza esatta o sotto sotto c’è l’imbroglio. Partiamo dai dati: la Borsa di Milano, maglia nera in Europa, ieri ha perso il 2,10%. Uno di quei sbalzi ai quali, dall’inizio della crisi dei debiti sovrani, siamo decisamente abituati. Solo giovedì scorso sempre Milano aveva registrato un rotondo +2,50%, piazzandosi tra le migliori piazze finanziarie del mondo. Ora, poiché giovedì scorso la crisi del governo di Enrico Letta era nell’aria esattamente quanto ieri, un tale sbalzo sarebbe spiegabile “politicamente” solo in presenza di una incurabile schizofrenia. Attenzione: la prova che i mercati vogliono assolutamente un governo e ce l’hanno proprio con Berlusconi potrebbe stare allora nel fatto che ieri il titolo Mediaset ha perso in una sola seduta il 6,25%. Ma Mediaset non è quello stesso titolo che dall’inizio dell’anno (caduta di ieri compresa) guadagna il 101,66%? Sì, avete capito bene: un qualunque investitore che abbia impiegato solo un anno fa una somma, diciamo dieci mila euro per esempio, adesso ne avrebbe al lordo delle tasse ventimila e cocci. I puri di cuore adesso ribatterebbero che il titolo saliva quando c’era nell’aria la stabilità di governo, così com’è salito tutto il mercato. Ma a parte il fatto che il mercato non è salito affatto quanto Mediaset, sostenere che qualcuno possa investire in un titolo centinaia di milioni di euro per dare un segnale politico è solo follia. Mediaset è salita perché la speculazione scommetteva (e ancora scommette) sulla possibile vendita dell’azienda o di qualche ramo d’azienda. Ed è salita – sulla cinica prospettiva di chi investe il denaro con l’unico scopo di farlo fruttare – che proprio per l’instabilità politica il Cavaliere potesse un giorno recuperare un ruolo centrale nella vita istituzionale del Paese, vedendo così ripartire gli investimenti pubblicitari nelle sue televisioni. Ora è certamente triste constatarlo – perché conferma quanto poco si sia fatto sul serio in materia di conflitto d’interessi – ma da osservatori pragmatici vediamo che la realtà è questa: se Berlusconi governa le aziende di ogni tipo, pubbliche e private, portano con la carriola i soldi della pubblicità alle tv del Biscione. Se Berlusconi non governa, o è all’opposizione, questa pubblicità cade rovinosamente. Avvertenza: se di questo chiederete conferma a Berlusconi, alle sue aziende o alla sua parte politica è chiaro che non troverete mai un riscontro, e la spiegazione dei numeri – che invece sono argomenti testardi – sarà che i consumi nei periodi messi a confronto erano diversi. Poco più che una foglia di fico, che fa venire in mente un noto avvocato romano, parlamentare per molte legislature, che mostrando i bilanci del suo studio in drastica flessione dopo l’uscita della sua parte politica dal governo commentava: “Milioni! Stare all’opposizione ecco quanto mi costa!”. Dal mercato azionario a quello obbligazionario, vediamo se anche qui c’è qualche prova tangibile – al di là dei titoli interessati dei giornali interessati di casa nostra – che le Borse del mondo salgono o scendono a seconda di quanto avviene su una delle piazze più piccole (perchè Milano è una delle piazze finanziarie più piccole). Qui entriamo nel campo apparentemente minato dello spread. Il differenziale tra i tassi d’interesse applicati al debito pubblico di un Paese solido (caso tipico in Europa è la Germania) e l’Italia.

L’inaffidabilità e il contagio 
Due anni fa, nel 2011, all’inizio del presunto contagio di “inaffidabilità” dalla Grecia alla Spagna e poi all’Italia, il governo Berlusconi si trovò di fronte una lettera della Banca Centrale Europea che imponeva una serie di misure (ne nacque una manovra da 60 miliardi) e portò sull’onda di questo spread inarrestabile al governo Monti. Da allora, nonostante la situazione economica generale sia peggiorata, il numero dei disoccupati cresciuto, il debito pubblico aumentato, i consumi scesi su livelli mai visti, lo spread si è invece raffreddato. Come a dire che la spia sullo stato di solvibilità del Paese Italia quando abbiamo ancora un po’ di benzina segna rosso fisso e quando invece questa benzina non c’è più ci dice che possiamo fare ancora strada. Assurdo, no? Ora, poiché i mercati sono tutto meno che assurdi, è evidente che le logiche con cui si misura anche lo spread rispondono a esigenze puramente speculative. L’attacco al debito pubblico di interi Paesi non funziona se sui tavoli dove si decide – siano a New York, a Singapore o Dubai – non si mette mano a centinaia di miliardi di dollari. Operazioni che se ne infischaino della stabilità o instabilità dei governi, dei dati macroeconomici, persino delle istituzioni finanziarie locali. Sono invece altre variabili esogene, come la debolezza delle istituzioni europee e il rischio implosione della moneta unica a condizionare queste speculazioni. E se oggi lo spread sale o scende è solo perchè sui tavoli dove si decide la grande politica monetaria è in gioco una partita che ha per obiettivo ben altro che le sorti di Berlusconi, della politica italiana e dell’Italia stessa. La posta in gioco è immensa, e spacciare gli effetti della possibile imminente uscita (tecnicamente tapering off) dal mostruoso piano di stimoli all’economia Usa in arrivo dalla Banca centrale americana come la prova che i mercati salgono o scendono perchè l’Italia torna a votare è un falso storico. Così come oggi i veri temi sono l’esito delle elezioni in Germania e la possibile chiusura dell’ombrello degli aiuti tedeschi alla Grecia e al resto d’Europa, fino ai piani per uscire dall’Euro (di cui questo giornale e pochi altri hanno raccontato). I mercati sono in fermento, è assolutamente vero, e qualche potere autonominatosi forte in Italia, avrà pure le sue preferenze politiche, spingerà per la stabilità del governo Letta e il cappello del Quirinale per continuare a galleggiare, strappare qualche nomina di potere, navigare a vista. Ma ai mercati, quelli veri, di tutto questo interessa pochissimo. E semmai, l’ipotesi che un Paese si riesca a dare un governo più stabile di quello italiano attuale, capace di fare quelle riforme che nella odierna condizione di precarietà sono impossibili, può solo piacere.

Le interpretazioni dei giornali
Attenzione, dunque ai titoli interessati dei giornali interessati. Faranno felici i loro editori e “padroni politici” ma non ci dicono fino in fondo la verità Una verità che fa male, e cioè che questa Europa, così, senza unità politica, unità economica e fiscale, senza anima e solidarietà (chiedete ai tedeschi cosa pensano dei greci e ai greci cosa pensano dei tedeschi) non va lontano. E’ questo che la speculazione colpisce. E fa paura che sui giornali se ne parli con il contagocce o non se ne parli affatto per lasciarci alle storielle dello spread o delle Borse che puniscono Berlusconi.