La Cassa depositi e prestiti scatena la caccia al Tesoro

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di Stefano Sansonetti

Raccontano che il ministro uscente dell’economia, Vittorio Grilli, si stia dando un gran da fare. Prima di lasciare la poltrona più importante del ministero di via XX Settembre, infatti, sembra che tra le sue priorità ci sia quella di assicurarsi la conferma di Giovanni Gorno Tempini alla guida della Cassa depositi e prestiti. La società, controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni bancarie, ha il consiglio di amministrazione in scadenza e va rinnovata. Sarebbe sin troppo banale dire che si tratta di un approdo molto ambito, se solo si considerano le partecipazioni strategiche della Cassa: Eni, Terna, Snam, Sace, Simest e Fintecna. Ebbene, Grilli sta provando in tutti i modi a fare il gioco di Gorno Tempini, uomo vicinissimo a Giovanni Bazoli, da poco confermato ai vertici di Intesa Sanpaolo. L’operazione, così si vocifera dalle parti di via XX Settembre, servirebbe all’attuale ministro a mantenere buoni rapporti con il mondo delle banche e delle fondazioni loro proprietarie. E questo gli tornerebbe molto utile nella sua futura occupazione, che in molti collocano all’interno di una banca d’affari. C’è che dice Goldman Sachs o Jp Morgan, ma non si esclude una sistemazione in qualcuna delle altre banche d’affari. Di certo Grilli, in questa fase, non sta lesinando energie. Anche perché Gorno Tempini, in passato, è stato un pezzo grosso proprio di Jp Morgan, dalla quale viene anche il direttore generale della Cassa, Matteo Del Fante.
Il punto, semmai, è chiedersi se tra qualche mese il sistema che poggia su Gorno Tempini e Franco Bassanini, presidente della Cdp legatissimo al Pd senese e a Mps, possa reggere alle pressioni esterne. Tra i due, al momento, quello più sicuro di rimanere è proprio Bassanini, forte in tutti questi anni dell’appoggio delle fondazioni azioniste della Cassa e della loro associazione, l’Acri, guidata ininterrottamente da 13 anni dall’ottantenne Giuseppe Guzzetti.
C’è chi sostiene che Gorno Tempini, peraltro nominato dall’allora ministro dell’economia, Giulio Tremonti, potrebbe trovare un ostacolo in tutto quel mondo delle banche d’affari e della consulenza che non è stato coinvolto nelle molteplici operazioni perfezionate in questi mesi dalla Cdp. Da questo punto di vista basta andarsi a rivedere gli ultimi incarichi di advisoring e assistenza conferiti dalla società. Nell’elenco scopriamo istituti di credito come Morgan Stanley, Rothschild, Unicredit e Goldman Sachs. Quanto al settore della consulenza la fanno da padrone realtà come Deloitte, Kpmg e McKinsey, quest’ultima un autentico factotum all’interno della Cdp. Nei mesi scorsi alcuni gruppi, esclusi eccellenti, non avevano certo taciuto qualche nervosismo. Ma al di là di queste osservazioni c’è anche l’aspetto relativo ai soggetti che ambirebbero a prendere il posto di Gorno Tempini. Nei corridoi di via XX Settembre, non risparmiando abbondanti dosi di ironia, sostengono che sarebbero in tantissimi a coltivare la speranza di insediarsi al vertice della Cdp. Una società, quella di via Gioito, che per inciso ha una raccolta postale di 223 miliardi di euro, disponibilità liquide per 128 miliardi, un patrimonio netto di 15 e partecipazioni che ormai viaggiano oltre i 30. Insomma, è la società pubblica più importante, attorno alla quale ruotano tutte le principali partite economiche.
Detto questo, un nome che circola con una certa insistenza, in queste settimane, è quello di Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, la banca europea per gli investimenti. C’è chi sostiene che Scannapieco, un passato al dipartimento del Tesoro, avrebbe carte spendibili nella corsa a prendere il posto di Gorno Tempini. Innanzitutto conosce bene la Cdp, con cui la Bei affettua diverse operazioni. In più è stimato dal presidente della Bce, Mario Draghi, e dagli attuali vertici della Banca d’Italia. Cosa che potrebbe tornare utile proprio per addolcire i rapporti tra Cdp e palazzo Koch. Non più di qualche mese fa, infatti, la Cassa di via Goito è entrata nel mirino di via Nazionale per l’eccesso di partecipazioni acquisite rispetto al valore del patrimonio netto (30 miliardi circa rispetto a 15,6). Un profilo come Scannapieco, si dice, potrebbe servire va gestire proficuamente un rapporto che in passato ha anche visto momenti di attrito. Un altro che gradirebbe molto la poltrona di ad della Cassa è Alessandro Castellano, oggi alla Sace, che non fa mistero di ambire a quello scranno. Peraltro Sace, che si occupa di credito all’export, è da poco rientrata sotto il controllo della medesima Cdp.
La soluzione che però potrebbe prevalere, ma soltanto per prendere tempo, è quella di approvare il bilancio della Cassa e tenere aperta l’assemblea, in attesa che un governo possa assumere pieni poteri. Della fase di stallo potrebbe avvantaggiarsi proprio Gorno Tempini. Di certo Grilli scalpita affinché lo sbocco finale sia questo.

@SSansonetti