La corruzione si sta evolvendo. Ma le norme tengono il passo. Businarolo, presidente della Commissione Giustizia: “Progressi importanti con le denunce dei cittadini”

di Davide Manlio Ruffolo
L'intervista

Onorevole Francesca Businarolo (M5S), presidente della Commissione Giustizia della Camera, dall’ultimo report dell’Anac emerge un ritratto nudo e crudo della corruzione in Italia dove alcuni amministratori si vendono anche per pochi euro e in un caso addirittura per “un abbacchio”. Che idea si è fatta leggendolo?
“Che abbiamo fatto molto per combattere l’illegalità e che c’è ancora molto da fare. La funzione pubblica è esposta alla corruzione in modo polverizzato e multiforme in quasi tutte le aree territoriali del Paese. L’idea principale è che non bisogna abbassare la guardia anche se abbiamo norme ben più severe che in passato, come la legge anticorruzione. Infatti, l’Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International vede l’Italia nel 2019 al 51° posto su 168 Paesi nel mondo. Serve dunque ancora un impegno deciso a 360 gradi nel contrasto alla corruzione, anche se si è registrato un miglioramento di due posizioni negli ultimi anni: ci stiamo infatti gradualmente allontanando dagli ultimi posti – nel 2015 eravamo al 61esimo – ma rimaniamo agli ultimi posti nell’Unione europea”.

A preoccupare l’Authority c’è soprattutto il possibile largo ricorso ai super commissari, sul modello di Genova. Un timore condivisibile?
“Anche se quel modello in quella determinata circostanza è stato efficace, generando una esperienza positiva, ciò non significa che possa essere spalmato sulle modalità di affidamento dei lavori pubblici, anche se mi sembra un orientamento condiviso da molti. Mi ha impressionato in particolare un dato: su 113 vicende corruttive inerenti l’assegnazione di appalti nel triennio preso in esame, solo il 18% dei casi riguardava affidamenti diretti nei quali l’esecutore viene scelto discrezionalmente dall’amministrazione ed è dunque teoricamente più elevato il rischio di pratiche illecite. Nel restante 82% dei casi la corruzione si è realizzata malgrado fossero state espletate procedure di gara. Questo rivela una raffinata e preoccupante capacità di adattamento delle condotte criminali alle procedure imposte dalla legge per gli appalti di maggiore importo. Se le maglie venissero allargate cosa dovremmo aspettarci?”.

Una parte importante del report riguarda l’interesse delle mafie per i fondi stanziati per il rilancio post Covid del Paese. Cosa concretamente si può fare per arginare il più possibile il rischio di infiltrazione negli affidamenti diretti e dalle gare pubbliche?
“L’interesse delle mafie per i fondi pubblici non è una novità. Anzi. Abbiamo ripetuto più volte che le mafie, oltre ad avere a disposizione ingenti patrimoni e moltissima liquidità, oggi utilizzano il metodo corruttivo come strumento principale per esercitare pressioni e controllo al fine di inserirsi nei circuiti dell’economia legale ed aumentare esponenzialmente il proprio potere. Dobbiamo essere conseguenti a questa ripetuta e solidissima analisi dello stato delle cose fatta dalle principali autorità sul campo ed evitare qualsiasi semplificazione nel rilascio dei certificati antimafia e nelle gare d’appalto”.

Poi c’è la questione dei funzionari che, anche quando coinvolti in procedimenti penali o disciplinari, restano incollati alla poltrona. Di fatto le rotazioni previste per legge difficilmente vengono disposte dalle amministrazioni che preferiscono attivarsi solo dopo aver ricevuto impulso dall’Anac. È possibile pensare a qualche forma di automatismo per risolvere quello che sembra un paradosso?
“Intanto per fortuna c’è l’Anac che va potenziata. Lo ha ricordato il presidente Roberto Fico e Giuseppe Brescia, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera sta preparando un testo base sul conflitto d’interessi che rafforza e chiarisce i poteri di Anac proprio in merito a questo endemico problema della nostra Pubblica Amministrazione”.

Nel report viene segnalato, però, anche un successo: quello della legge sul whistleblowing, fortemente voluta dai 5S, che continua a dare risultati e vede sempre più dipendenti della pubblica amministrazione segnalare irregolarità. State pensando ad ulteriori misure volte a incentivare questa pratica?
“In realtà c’è dietro l’angolo il recepimento della Direttiva europea sul tema della protezione dei segnalatori di illeciti, i whistleblower. È quello il terreno su rafforzeremo la legge attuale per la quale io mi sono fortemente spesa e che sta funzionando. I dati ci danno un quadro complementare a quello triste della corruzione: e cioè molti cittadini sono stufi delle illegalità e vogliono denunciarle, vogliono fare la loro parte. È lo Stato che deve aprirgli le braccia, sono loro la risorsa da cui ripartire”.