La Corte dei Conti non fa sconti. Cuneo fiscale dieci punti sopra la media Ue. E metà degli stipendi va via in tasse

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La Corte dei Conti non ha dubbi: tempi duri per l’Italia che vuole uscire da una recessione che pare non avere fine. Perché nonostante nel Rapporto 2017 sulla finanza pubblica si dica che “l’andamento dell’economia italiana sembra aver segnato un’inversione di marcia verso un’espansione meno fragile e più qualitativa” – tesi ribadita anche dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che alla presentazione del documento in Senato ha parlato di un “anno positivo” in riferimento al 2016 e aggiunto che i “primi segnali per l’anno in corso sono molto incoraggianti” per l’economia italiana – è anche vero che la Corte nota ancora però come sia ancora pesante il fardello del Fisco e dei contributi, che di fatto si portano via metà delle retribuzioni, proprio mentre parte la stagione del pagamento delle tasse.

Non solo. Secondo il Rapporto, il cuneo fiscale è in Italia “di ben 10 punti” superiore a quello che si registra mediamente nel resto d’Europa: il 49% viene infatti prelevato “a titolo di contributi e di imposte”. Ancora più difficile la situazione delle Pmi: “Il total tax rate stimato per un’impresa di medie dimensioni, testimonia di un carico fiscale complessivo (societario, contributivo, per tasse e imposte indirette) che penalizza l’operatore italiano in misura (64,8 per cento) eccedente quasi 25 punti” quello che è dovuto dalle imprese europee in media. Anche il tempo destinato agli obblighi tributari che il medio imprenditore italiano deve spendere è una variabile analizzata: per mettersi in regola servono 269 ore lavorative, il 55 per cento in più di quanto richiesto agli imprenditori europei. I magistrati evidenziano “limiti e dispersioni” del sistema fiscale italiano, sottolineando l’esigenza di ridurre la pressione fiscale: “Un’esposizione tributaria tanto marcata non aiuta il contrasto all’economia sommersa e la lotta all’evasione”.

Tornando alla situazione della ripresa e della tenuta dei conti, la Corte indica che il risanamento finanziario è per l’Italia “più faticoso” rispetto agli altri Paesi europei, anche se “necessario considerato il maggior livello del debito”. Proprio per abbattere quel fardello che resta “il più alto d’Europa, se si esclude la Grecia”, il contributo delle dismissioni, “certamente necessario, potrà difficilmente risultare determinante nel breve/medio periodo. E d’altra parte in un contesto di crescita moderata, riduzioni rapide potrebbero essere eccessivamente costose”. Meglio scegliere altre vie: “Occorre porre il debito su un sentiero discendente, non troppo ripido ma costante, procedendo rapidamente alle azioni di riforme strutturali per sostenere la crescita e migliorare le condizioni di sostenibilità della finanza pubblica”.

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