La luce in fondo al tunnel non si vede. E anche la timida ripresa degli ultimi mesi dell’anno viene ridimensionata, con un nuovo calo per la produzione industriale. Il nuovo anno per l’industria italiana parte male, con un nuovo dato negativo a gennaio: il calo è dello 0,6% sia rispetto a dicembre 2025 che rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il trend non cambia, con una flessione che – con pochissime eccezioni, come gli ultimi mesi di novembre e dicembre – prosegue da febbraio del 2023.
Con il governo Meloni, sottolinea il responsabile Economia del Pd Antonio Misiani, siamo così al 35esimo mese negativo su 40: numeri “sconfortanti” che mostrano un “declino strutturale”. Il calo di gennaio riguarda tutti i principali raggruppamenti di industrie tranne l’energia, che segna invece un +4,5% su base mensile e un +10,4% su base annua. Male tutti gli altri comparti, mentre guardando ai settori di attività economica il dato migliore è quello della fornitura di energia elettrica e gas (+14,4%). Male, invece, la manifattura: le flessioni più marcate si registrano per la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-12,9%), la fabbricazione di prodotti chimici (-7,2%), le altre industrie manifatturiere (-5,7%) e le industrie del tessile, abbigliamento, pelli e accessori (-3,9%).
Preoccupati i consumatori: il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona, sottolinea come non si veda “alcuna luce in fondo al tunnel”. Mentre il Codacons parla di dati “pessimi” e ricorda come si tratti di cifre che riguardano un periodo precedente all’inizio della crisi legata alla guerra in Iran. Insomma, la situazione potrebbe “sensibilmente peggiorare” con i rincari petroliferi ed energetici che influenzano pesantemente l’industria.
Non solo l’industria a picco, rischi anche per la crescita globale
E proprio il conflitto in Medio Oriente avrà altre conseguenze per l’economia. Sempre l’Istat lancia l’allarme sui “potenziali effetti sistemici” per la crescita, l’occupazione e l’inflazione in tutto il mondo, Italia compresa. Si prefigura, in questo scenario, “una tendenza generale di ribasso delle prospettive per l’economia mondiale nel 2026”. C’è poi un altro dato sottolineato dall’Istat, che riguarda il mercato del lavoro italiano. A preoccupare sono i tassi di inattività superiori rispetto alla media Ue, così come il divario di genere più elevato rispetto agli altri Paesi europei.