La crisi non inizia ora con il Coronavirus. L’emergenza va affrontata con misure strutturali. Parla l’imprenditore Paolo Agnelli: “In Italia perse 200 aziende al giorno”

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“Il problema è strutturale, altro che Coronavirus: nel nostro paese chiudono duecento imprese al giorno”. Questo l’allarme lanciato da Paolo Agnelli, presidente di Alluminio Agnelli, gruppo industriale consolidato che vanta oltre cent’anni di esperienza nella lavorazione e nel trattamento del metallo, e presidente di Confimi Impresa – la Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata – che rappresenta circa 20 mila imprese, 330 mila dipendenti e quasi 70 miliardi di euro di fatturato aggregato.

“I dati Istat parlano chiaro – afferma a La Notizia l’imprenditore -, usciamo già da stagioni complicate nelle quali si è registrato un calo degli ordinativi e del fatturato, è chiaro che l’emergenza Coronavirus andrà ancora di più ad impattare su quelle aziende che hanno i principali fornitori in Cina e nelle zone cosiddette ‘rosse’. Ma questo è un problema strutturale non contingente: è chiaro che non è una scelta manageriale vincente quella di puntare tutta la produzione sull’approvvigionamento da un unico fornitore, la politica da seguire è quella della diversificazione. Detto questo, le stime che in questi giorni vengono fatte sono del tutto aleatorie: non possiamo fare previsioni certe su quello che sarà il leale impatto di questa situazione sul Pil, sono numeri dati a caso”.

Il commissario Ue per l’Economia Paolo Gentiloni ha però rassicurato sulla possibilità di utilizzare la flessibilità per fronteggiare gli effetti sul bilancio derivanti dall’emergenza Coronavirus…
“Al momento un’azione coordinata in Europa per contrastare gli effetti negativi sulla crescita nel nostro Paese non c’è stata e non parlo solo di questo particolare momento in cui si parla di adottare misure straordinarie, le politiche fallimentari dell’Ue sono sotto gli occhi di tutti da anni e presto si vedranno anche gli effetti della Brexit: in Italia non solo si devono rispettare i parametri stabiliti dai trattati dell’Ue, ma la pressione fiscale è quasi arrivata oltre il 50%, per non parlare del costo del lavoro. Con questi dati è uno sforzo improbo fare impresa e dare lavoro. Se ci sono altri Paesi che non devono attenersi alle regole stringenti dell’Ue – come appunto adesso la Gran Bretagna -, sottostare a lacci e lacciuoli della burocrazia e ad uno Stato che non rispetta i termini di pagamento nei confronti delle aziende creditrici è chiaro che la concorrenza è impari”.

Come giudica la misura del Governo di prorogare le scadenze fiscali di febbraio e marzo 2020 per i residenti nei Comuni compresi nella cosiddetta “zona rossa” di Lombardia e Veneto?
“Si tratta di una sospensione, vengono solo rimandate non estinte quindi il debito rimane. A mio avviso sarebbe stato più efficace adottare altre misure, come ad esempio eliminare per un anno l’Imu sui capannoni industriali che in questo momento hanno la produzione ferma. Ripeto, al di là dell’emergenza Coronavirus la politica è chiamata ad un’azione di vera responsabilità. Ben venga anche il l’ipotesi di un Governo di unità nazionale che in questi giorni è auspicato da più parti, serve un piano per far partire immediatamente i cantieri, sbloccare i pagamenti, rimettere in moto l’economia in maniera seria con una visione e un piano strategico di lungo respiro, non con misure tampone. Quello di Confimi, che io presiedo, è un osservatorio reale e concreto che conosce alla perfezione quali sono le esigenze del settore manifatturiero italiano. La mia azienda è arrivata alla quarta generazione, è sopravvissuta anche alla crisi del ‘29, supereremo anche il Coronavirus non è questo il problema: la politica deve finalmente ascoltare le istanze di quella parte del Paese che continua a produrre nonostante tutto”.