La cultura non ha prezzo. Anche nei siti archeologici non paga nessuno

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di Massimiliano Lenzi

Ha scritto Stendhal in Passeggiate romane: “A Parigi, nel momento in cui si decide di andare a Roma, bisognerebbe stabilire di andare al museo un giorno sì e uno no: si abituerebbe l’anima a sentire la bellezza”. La bellezza, l’arte, i musei. Questa è l’Italia nei diari e nei racconti dei grandi letterati che arrivavano nell’Ottocento in viaggio nella nostra penisola. Per stupirsi ed emozionarsi. Eppure oltre due secoli dopo quella bellezza ancora viva – seppur in alcuni luoghi ferita da scempi che si sarebbero potuti evitare – non è in grado di rendere al nostro Paese, in crisi economica, quanto dovrebbe.
Parliamo dei musei e dei loro visitatori, stavolta con un focus sull’anno 2012 (dopo la prima parte sul 2011 pubblicata martedì scorso), l’ultimo disponibile. I dati arrivano dall’Ufficio di statistica del Ministero per i Beni e le attività culturali e sono reperibili per chi fosse interessato sul sito www.sistan.beniculturali.it
L’anno scorso considerando i circuiti museali, i musei, i monumenti e le aree archeologiche (avvertenza: il calcolo tiene insieme quelli a pagamento – dove molti non pagano – e quelli gratuiti) su un totale di 36 milioni 426.794 visitatori, 20 milioni e 309.233 sono entrati gratis. Sì, nel conteggio rientrano anche i musei e le aree non a pagamento ma insomma il dato è impressionante.
Più della metà dei turisti e dei visitatori nei luoghi d’arte italiani non paga per vedere. A pagare sono in 16 milioni 117.561 per introiti lordi complessivi che ammontano a 113 milioni e 318.445 euro virgola qualcosa. Non va. Il museo del Louvre, da solo, incassa di più nonostante i consigli di Stendhal ai viaggiatori destinazione Italia. Occorre una sveglia, prima di tutto alla politica nazionale, alle amministrazioni. Ma pure a noi italiani. Goethe, per parlare di un altro grande letterato amante del nostro Paese, due e rotti secoli fa ha scritto: “L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, e i Capi dello Stato, pure loro, pensano solo per sé. Ma bello è il paese!”. Bello è e lo resterà (anche se c’è sempre da sorvegliare per fermare eventuali scempi dietro l’angolo) ma deve diventare efficiente, a cominciare dai musei. Sfogliando i dati dei singoli istituti e delle regioni, infatti, c’è di che divertirsi. Si passa da un paradosso all’altro.
A Ravenna ad esempio, in Emilia Romagna, l’Impianto portuale tardo-romano e la Basilica di San Severo (ingresso a pagamento) hanno avuto 273 visitatori, di questi solo 53 a pagamento, incassando 53 euro lordi, ovvero 0,194 euro a testa. Spostandosi nel Frusinate, a Cassino (Lazio), la situazione tra incassi e visite non migliora. Il museo archeologico nazionale Carrettoni e l’area archeologica (ingresso a pagamento) hanno avuto 8.946 visitatori incassando 2.211 euro. Sapete quanto fa a turista? Fa 0,247 euro a testa. Ma ci rendiamo conto del ridicolo? Che poi questo è il risultato degli ingressi che sul totale sono stati gratis per 7763 persone. A Formia, in provincia di Latina, va se possibile ancora peggio. Stavolta parliamo del Museo Archeologico nazionale della cittadina.
Visitatori 9.904, incassi 1564,5 euro lordi.
A testa? Ve lo diciamo subito: 0,157 euro. Anche qui ad entrare gratis in un museo a pagamento sono stati in 9.322 ed a pagare soltanto 582. In Calabria, poi, il dato complessivo degli incassi fa ridere.
Tenendo insieme i musei gratuiti e quelli a pagamento, si ha un incasso di 27.046 euro lordi a fronte di 202.005 visitatori. Per ogni visitatore, facendo la divisione, fa 0,133 euro. La ragione: la stessa.
I non paganti sono 190.016 e i paganti 11.989 (il dato totale, lo ripetiamo, tiene insieme musei a pagamento e gratuiti).
Così, mentre il Governo Letta si rallegra per aver ottenuto dall’Unione europea più flessibilità sui conti, pur restando fermo il tetto rapporto deficit – Pil al 3%, l’arte e i musei italiani, che l’universo intero ci invidia, anziché una ricchezza per la nostra economia rappresentano un costo tra mantenimento, personale e il resto. Diavolo di un Goethe, stai vedere che aveva ragione.

Investire nei musei conviene, ma nessuno ci crede

Ogni euro prodotto da un museo o da un sito archeologico si traduce in altri due euro di ricchezza per il territorio. L’artigianato artistico insieme alle altre industrie creative ne generano ulteriori 2,1. La produzione di un audiovisivo, di un libro o di una rappresentazione teatrale altri 1,2. Quindi, investire in  cultura conviene. Nel rapporto realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere viene fuori che i 4 comparti che compongono il sistema produttivo culturale hanno differenti ricadute in termini economici sui territori. Queste ricadute moltiplicano la capacità di generare ricchezza del settore in sè in quanto attivano un circuito virtuoso di produzione di beni e servizi anche in comparti non prettamente culturali. Primo tra tutti il turismo, ma anche il commercio, i trasporti, le attività immobiliari, il marketing o la pubblicità. La media dei 4 settori è 1,7 (per ogni euro di valore aggiunto che l’ intero sistema produttivo culturale realizza, se ne generano altri1,7 in prodotti e servizi di varia natura), ma il moltiplicatore è compreso tra un massimo del 2,1 generato dalle industrie creative a un minimo dell’ 1,2 derivante dalle performing art e dalle industrie culturali. Esattamente a 2, invece, rileva il Rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, ammonta quello prodotto dalla gestione del nostro immenso patrimonio storico-culturale. In termini monetari, gli 81 miliardi di euro di valore aggiunto realizzati da tutti i comparti produttivi che si occupano di cultura (inclusa la componente pubblica e quella non profit) nel 2012, sono riusciti ad attivare quasi 133,4 miliardi di euro, arrivando così a costituire una filiera culturale intesa in senso lato di 214 miliardi di euro, equivalenti al 15,3% del Pil prodotto dall’ intera economia italiana. Il cuore della ricerca di Fondazione Symbola e Unioncamere sta nel “non limitare il campo d’ osservazione ai settori tradizionali della cultura e dei beni storico-artistici, ma nell’andare a guardare quanto contano cultura e creatività nel complesso delle attività economiche italiane”.

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