La democrazia secondo Matteo è la dittatura del 3%. Renzi sfascia tutto per farla pagare a Conte. Oggi al Colle i 5S compatti sul premier uscente

MATTEO RENZI
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Nessun incarico in prima battuta a Giuseppe Conte. Questa la posizione tenuta da Matteo Renzi col capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nessun problema personale: la questione è politica, spiega il senatore di Rignano all’avvocato pugliese nel corso di una telefonata avuta prima della salita al Colle. “Prima di tutto c’è da chiarire politicamente se c’è la maggioranza. Nel caso non ci sia a noi va bene un governo del presidente. Se c’è maggioranza, Pd e Cinque stelle devono chiedere l’impegno di Iv. E allora si discute sui contenuti. No a un incarico a Conte ora, sì a un mandato esplorativo”, argomenta a Mattarella.

E già si fa il nome di Roberto Fico come possibile “esploratore” (qualora questa fosse la via scelta) per verificare se è possibile una ricomposizione della maggioranza eventualmente anche sul nome di Conte. Al termine delle consultazioni Renzi si abbandona a una sorta di comizio durante il quale non manca di attaccare (ex) alleati e governo. Dal Covid alla scuola, “abbiamo chiesto risposte all’altezza e non le abbiamo ricevute”. Rigira la frittata, forte della battuta d’arresto che ha subito la caccia ai responsabili (“Siamo pronti a impegnarci se è una maggioranza e se politica, no se raccogliticcia e se populista”), sicuro che non si possa fare a meno di lui per proseguire il cammino (“Io non vedo altra maggioranza politica che non contempli Iv”), spavaldo nella consapevolezza che in Parlamento la maggioranza non vuol sentir parlare di andare a votare.

Non ha fatto il nome di Conte, perché – spiega – “nomina sunt consequentia rerum”. E prima di capire chi dovrà essere il timoniere, bisogna capire dove si va. Ed ecco l’elenco dei temi divisivi: primo fra tutti il Mes. Ancora una volta prova a cedere il cerino che invece è tutto in mano sua: “Abbiamo subito 15 giorni di fango perché siamo stati gli unici a porre problemi di merito”. E ancora: “Vogliamo sapere dalle altre forze se ritengono Iv parte o non parte della maggioranza. Rimettiamo la valutazione a chi in queste settimane ha messo veti su di noi”.

Dopo di lui il Pd. Un Nicola Zingaretti stringatissimo legge una nota in cui ribadisce che il Pd ha comunicato di sostenere l’incarico al presidente uscente “punto di sintesi ed equilibrio avanzato”. E ancora una volta ricorda l’irresponsabilità dell’atto che ci ha fatto precipitare nella crisi. In mattinata erano stati le autonomie e le minoranze linguistiche, il neonato gruppo degli Europeisti e la presidente del Misto del Senato Loredana De Petris a fare il tifo per Conte. Unica voce stonata quella di Emma Bonino, salita al Quirinale con la delegazione di Più Europa e Azione, che ha bocciato l’ipotesi del Conte ter e ha dato la sua disponibilità alla cosiddetta maggioranza Ursula. Diventa a questo punto cruciale per la sopravvivenza di Conte capire fino a che punto resisteranno sul suo nome i dem e i grillini. Al momento il Pd sembra tenere: “Per riprendere Renzi in maggioranza bisogna capire se Renzi pone un veto su Conte o no. Ma se con lui i numeri restano risicati, si continuerà a ballare e per questo vogliamo un allargamento della maggioranza”.

Lo spauracchio del voto rimane: “L’ultima parola naturalmente spetta a Mattarella ma ci sono più scenari e si rischia di rotolare ad elezioni”, dichiara il dem Andrea Orlando. Per il M5S cedere a Iv significa anche rinunciare ad alcune battaglie di principio. Una delle condizioni poste da Renzi è la testa di Bonafede e il colpo di spugna sulla riforma della prescrizione. Ci sono tra i grillini (come tra i dem) quanti temono le urne e si prova a ragionare anche su governi alternativi come quello tecnico (a guida Lamorgese o Cartabia) o politico (a guida Di Maio o Patuanelli o Fico). Ma far saltare Conte e piegarsi ai diktat di Renzi rischia di far implodere il Movimento. Ecco perché oggi i 5S andranno compatti al Colle col nome di Giuseppi.