Il programma di Futuro Nazionale, tra remigrazione e assimilazione: ecco le proposte (con relative criticità) di Vannacci

Futuro Nazionale promette risparmi dai rimpatri. Per la Fondazione Leone Moressa sono gettito, e al ritmo attuale servono 56 anni

Il programma di Futuro Nazionale, tra remigrazione e assimilazione: ecco le proposte (con relative criticità) di Vannacci

“Sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. È il quarto requisito per diventare italiani nella Base Ideologica e Programmatica che Futuro Nazionale ha pubblicato l’11 agosto sul proprio sito. Gli altri tre: venti anni di residenza regolare, italiano di livello C1, esami scritti e orali. Il documento spiega anche perché quella firma serve, e lo fa citando la Costituzione: la cittadinanza implica il dovere di difendere la Patria, “articolo 52”. È l’unica volta in tutto il testo in cui un articolo viene chiamato per numero, e serve a imporre un obbligo.

Poche righe prima, nel capitolo economico, il partito di Roberto Vannacci aveva messo agli atti che “la Costituzione resta il riferimento fondamentale dell’azione pubblica”. Dichiarata la fedeltà, il programma procede per un centinaio di proposte che conviene leggere una per una.

Futuro Nazionale e la dichiarazione di fede

La Corte costituzionale, con la sentenza 203 del 1989, ha definito la laicità un principio supremo dello Stato. Dagli articoli 3 e 19 ha ricavato un doppio divieto: che i cittadini siano discriminati per motivi religiosi, e che il pluralismo comprima la libertà di non professare alcuna fede. La dichiarazione di assimilazione chiede l’esatto contrario. Chiede che una persona metta per iscritto l’adesione a una civiltà definita cristiana per ottenere un diritto. Un musulmano, un ebreo, un ateo la firmano mentendo, oppure restano stranieri a vita?

Il documento lo scrive anche nei titoli. Una delle 22 misure del Piano di Remigrazione si intitola “Discriminazione culturale sulla migrazione regolare contingentata”, e stabilisce che si darà “preferenza ai Paesi a maggioranza cristiana” perché l’unità culturale sarebbe minacciata “in primis da un’invasione maomettana di massa”. Il capitolo estero parla apertamente di “sostituzione demografica” e cerca sponde in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. Il criterio d’ingresso, insomma, è la religione prevalente nel Paese di partenza. Nel programma è il titolo del paragrafo.

La cittadinanza a scadenza

Poi c’è la revoca. Il testo estende la revoca della cittadinanza per naturalizzazione considerando “ogni crimine violento contro la persona e la società” una causa di revisione ex post “attestante che il soggetto non è stato realmente assimilato”. Così, scrive il partito, “anche il cittadino naturalizzato potrà essere remigrato con la procedura di espulsione”. Sono due cittadinanze: una piena e una in prova a vita. L’italiano di nascita che commette lo stesso reato sconta la pena e resta italiano. L’italiano naturalizzato sconta la pena e perde il Paese.

Lo schema torna sulle espulsioni. La pericolosità dello straniero che delinque “dovrà ritenersi presunta”, le valutazioni sull’integrazione lavorativa o sociale non potranno sospendere l’allontanamento, e l’espulsione si eseguirà “anche in deroga ai divieti legati ai legami familiari o alla presenza di figli minori sul territorio nazionale”. Il figlio minore diventa un ostacolo procedurale da derogare. Sul ricorso, poi, il partito propone che l’impugnazione non sospenda il rimpatrio e che l’interessato conservi “la facoltà di presentare ricorso giurisdizionale dal proprio Paese d’origine, successivamente all’esecuzione”. Il diritto di difesa resta garantito per lettera: viene solo spostato a migliaia di chilometri e a cose fatte.

Sui benefici sociali la franchezza è maggiore. Per escludere i non cittadini da edilizia popolare, bonus e sussidi, il programma mette in conto “anche una modifica costituzionale, se necessario”. È l’unico punto in cui il testo ammette da sé di sbattere contro la Carta, e lo risolve proponendo di cambiare la Carta. Quella strada la Corte costituzionale l’aveva già chiusa nel 2010. Con la sentenza 187 dichiarò illegittima l’esclusione degli stranieri regolari dall’assegno di invalidità, per contrasto con gli articoli 2, 3, 32, 38 e 117 e con l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Le idee non si processano, i cittadini sì

Il capitolo sulla libertà afferma che “le idee non si processano” e impegna il partito ad abrogare “le leggi bavaglio, come la legge Mancino”. La legge 205 del 1993 punisce l’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi. Attua in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite del 1966 contro ogni forma di discriminazione razziale, recepita con la legge 654 del 1975. Abrogarla cancella un obbligo internazionale che l’Italia ha firmato sessant’anni fa.

La libertà, però, viene amministrata con criterio. Si abbassa a 12 anni la soglia di imputabilità dei minori, si riserva ai soli medici militari la certificazione dell’idoneità all’espulsione, si impone ai minori stranieri non accompagnati un accertamento radiografico “immediato e obbligatorio”, si introducono le “quote azzurre” nei concorsi pubblici. Sul femminicidio si chiede di cancellare la fattispecie e di proteggere il “patriarcato mediterraneo”, cioè la formazione di “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società”.  Il Ministero dell’Interno ha contato 97 donne uccise nel 2025: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano del partner o dell’ex. La casa del maschio forte è l’indirizzo in cui muoiono nell’87,6% dei casi.

I conti, come sempre

Resta l’aritmetica, che è sempre la parte più istruttiva. Il programma promette di finanziare il taglio del cuneo fiscale con “le risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine”. La Fondazione Leone Moressa attribuisce agli occupati stranieri 177 miliardi di valore aggiunto nel 2024, il 9% del totale. Sempre la Fondazione Leone Moressa conta 12,6 miliardi di Irpef versati nel 2025 dai contribuenti nati all’estero, e un saldo positivo di 1,2 miliardi fra quanto lo Stato incassa da loro e quanto spende per loro in welfare. Insomma, un risparmio che si ottiene rinunciando all’incasso.

Poi c’è la logistica, che per un generale dovrebbe essere il primo capitolo. La Fondazione ISMU stima in 339mila le persone in condizione di irregolarità al 1° gennaio 2025. Il Ministero dell’Interno ha fissato con decreto del 21 maggio 2025 il costo medio di un rimpatrio a 3.637,87 euro. Per quella platea fanno 1,23 miliardi, e i rimpatri forzati eseguiti restano sotto i seimila l’anno. Al ritmo attuale servono cinquantasei anni: il piano decennale 2027-2037 finisce di eseguirsi nel 2083.

Il partito, intanto, promette di chiudere i “decreti flusso massivi” del governo che indica come alleato naturale. Quel governo, con il dpcm del 15 ottobre 2025, ha autorizzato 497.550 ingressi di lavoratori stranieri in tre anni, perché servono come “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. C’è infine una misura che chiede la “riforma radicale dei sistemi di rilevazione statistica” sui reati, per superare “le attuali omissioni istituzionali”. Sei paragrafi prima, il testo aveva usato quelle stesse statistiche per sostenere che gli stranieri commettono il 30% degli omicidi. Si portano come prova gli stessi numeri di cui si denunciano le omissioni.

Un piano senza mezzi, senza tempi e senza trasporti si chiama desiderio. E per un desiderio dieci anni restano un preventivo generoso. Sullo sfondo, come sempre, quel nostalgico retrogusto di tempi andati.