La destra populista si può battere: i casi in Francia, Canada e le lezioni delle municipali 2026 che lo dimostrano

A Tolone la destra del RN ha perso, a Nizza ha vinto. La differenza non era la loro forza. Era chi aveva deciso di costruire la diga.

La destra populista si può battere: i casi in Francia, Canada e le lezioni delle municipali 2026 che lo dimostrano

La destra vince ovunque. Lo dicono i sondaggi, i titoli, le analisi del sabato pomeriggio. Lo dice chiunque abbia un interesse a farlo sembrare inevitabile. Compresa la destra stessa, che ha trasformato l’inarrestabilità in argomento elettorale. Solo che domenica scorsa il Rassemblement National ha vinto soltanto a Nizza. A Tolone, a Marsiglia, a Nîmes ha perso. A Parigi ha preso il 38%. Alla sera Le Pen ha annunciato una «vittoria immensa». Era la mappa di due vittorie diverse, di cui una sola finisce sui giornali.

La destra populista non è invincibile. È vincente dove le condizioni glielo permettono. Quelle condizioni, quasi sempre, le costruiscono gli altri.

Come si batte

A Tolone la candidata Rn Laure Lavalette aveva il 42% al primo turno. Ha preso il 47,65% e ha perso. Josée Massi, candidata civica al 29%, aveva tenuto duro. I voti anti-RN si erano concentrati su di lei. Il front républicain aveva funzionato.

A Nizza, stesso schema, esito opposto. Éric Ciotti, alleato strutturale del RN dopo l’espulsione dai Républicains nel 2024, aveva il 43%. Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, aveva lasciato «libertà di scelta» agli elettori — formula che in politica significa: il barrage non si costruisce. La candidata di sinistra Juliette Chesnel-Le Roux è rimasta in campo. Ciotti ha vinto con il 46,2%. La somma dei voti degli altri era il 53,8%. Il fronte non si è formato perché nessuno ha voluto formarlo.

La variabile non è la forza del RN. È la volontà degli altri. Dove qualcuno costruisce il barrage, la destra radicale perde. Dove qualcuno sceglie di non costruirlo, vince. L’inarrestabilità è, in larga parte, una scelta altrui.

A Marsiglia Benoît Payan ha respinto Franck Allisio (RN) dopo che al primo turno lo aveva tallonato di meno di due punti. Sébastien Delogu di La France Insoumise si era ritirato per fare barrage senza accordi e senza chiedere nulla in cambio. I voti degli insoumis si sono spostati su Payan. A Roubaix David Guiraud di LFI ha vinto con il 53,2% nel suo territorio: dove c’è radicamento reale, non servono fusioni.

Il 29 aprile 2025 in Canada Pierre Poilievre — dai toni trumpiani, in testa ai sondaggi di venti punti — ha perso contro il liberale Mark Carney. Quando Trump ha trattato il Canada come un territorio da annettere, Poilievre si è ritrovato a dover prendere le distanze dal suo specchio. «Non dimenticheremo mai il tradimento americano», ha detto Carney la notte della vittoria.

La destra populista crolla sulla concretezza. Regge sulla divisione del campo avversario.

Il nodo delle alleanze

Le elezioni francesi hanno documentato qualcosa che vale la pena leggere senza trasformarlo in sentenza. Dove il Partito Socialista ha accettato la fusione formale con LFI nelle città medie, il voto moderato si è spesso spostato: ClermontFerrand – ottant’anni di sinistra, persa in una sera – Limoges, Besançon. Un sondaggio Elabe del febbraio 2026 indicava che il 63% dei francesi si dichiarava pronto a fare barrage a LFI al ballottaggio presidenziale, contro il 45% disposto a farlo contro Le Pen o Bardella. Quel dato non descrive chi ha ragione. Descrive il terreno su cui si gioca, e il lavoro che la destra sta facendo per spostarlo.

La domanda non è se LFI debba stare nel campo della sinistra — esiste, vince, ha un radicamento che i voti di Roubaix documentano. È quale forma prendano le alleanze, in quale contesto, con quale effetto sul risultato. Delogu a Marsiglia si è ritirato senza accordi: quella scelta ha tenuto la città fuori dall’estrema destra.

Retailleau a Nizza non ha costruito il barrage. Poilievre ha perso perché Trump era diventato uno specchio scomodo. La destra non è inarrestabile. È vincente dove gli altri decidono di non fermarla.

Il 22 marzo a Tolone la destra lepenista ha perso. A Nizza ha vinto. La differenza non era la forza del RN. Era chi aveva deciso di costruire la diga.