La candidatura a sindaco di una città cruciale come Milano da parte di un alto ufficiale (è già discutibile che, ancorché in congedo, sia presentato nel messaggio pubblico in uniforme) chiama ancora una volta a una attenta riflessione che deve riguardare il ruolo delle Istituzioni di garanzia – lo sono le Forze Armate e di Polizia – nella nostra architettura democratica e costituzionale. L’essenza della loro rappresentazione pubblica risiede nella totale, indiscutibile e sacra imparzialità, manifestata pure da ciò che comunicano i suoi componenti anche quando, pur cessati dal servizio, comunque si presentano per essere stati suoi appartenenti: quando un servitore dello Stato che ha incarnato ai massimi livelli una funzione pubblica – che peraltro ha il ruolo legittimo del monopolio della forza – decide di spendere il prestigio della propria storia e il simbolo della sua uniforme nell’arena della competizione elettorale, deve interrogarsi se compie uno strappo nel tessuto della fiducia pubblica.
Beninteso non si discute delle persone in sé, né di vincoli giuridici, ma del senso etico che si ha delle Istituzioni e della funzione militare. Peraltro, una cosa è l’essere chiamato ad un ruolo di ‘alta consulenza’ sulla sicurezza (successivamente e al di fuori di una competizione politica, o anche, al limite, come Ministro in un governo ‘tecnico’), altra cosa è intervenire in una candidatura elettorale. Lo status militare, che per definizione costituisce un presidio di garanzia universale a tutela di tutti i cittadini, rischia di essere ridotto a un brand di fazione, a uno scudo propagandistico dietro cui una parte politica intende promuoversi nell’agone elettorale. Questo passaggio non è indolore: l’immagine di neutralità dell’Istituzione militare ne esce inevitabilmente incrinata, poiché si instilla nel corpo sociale il dubbio che il rigore e l’autorità dello Stato possano essere strumentalizzati appunto per fini elettorali e propagandistici di parte.
Gli esempi del passato
Questo scivolamento etico appare ancora più stridente se misurato con la statura morale e l’esempio cristallino di figure che hanno edificato la nobiltà storica delle Forze Armate in generale proprio nel significato della imparzialità, anche quando non si è più in attività di servizio. Il generale Filippo Caruso, eroe indiscusso della Resistenza, di fronte alla barbarie nazifascista e al collasso istituzionale, lasciò il congedo e scelse la via del sacrificio personale e di una nuova lotta militare per porsi a capo del Fronte clandestino dei Carabinieri a Roma. Subì anche le torture delle carceri di via Tasso senza piegarsi, e alla fine della guerra avrebbe avuto facile consensi per presentarsi in una candidatura politica: Caruso mantenne invece un distacco assoluto e intransigente dalle lusinghe dei nascenti partiti politici. La sua bussola morale lo aveva guidato nella ricostruzione di uno Stato democratico e pluralista, e quell’obiettivo superiore esigeva la salvaguardia della purezza istituzionale dell’Arma da ogni contaminazione di parte.
Allo stesso modo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa interpretò il proprio dovere repubblicano come un servizio civile talmente laico ed assoluto da considerare l’adesione o la vicinanza a qualsiasi sigla partitica come un vulnus intollerabile alla dignità del suo ruolo. Nella sua instancabile lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, Dalla Chiesa comprese che il potere dello Stato trae la propria legittimità solo se percepito come equo e imparziale. Si guardò bene dal farsi arruolare sotto le bandiere di una fazione, consapevole che la forza di Istituzioni come l’Arma dei Carabinieri risiede proprio nella capacità di essere percepiti come un porto sicuro da tutti i cittadini, al di sopra di ogni schieramento e polemica politica.
Militari in campagna elettorale, il caso Milano
L’ingresso di una figura militare in una campagna elettorale si porta dietro, inevitabilmente, la trasposizione di categorie specifiche ‘securitarie’ nella gestione della società, traducendosi in una scelta di facciata che mira a trasformare la complessa amministrazione di una comunità in una questione di ordine pubblico. Questa insistenza ossessiva sul tema della sicurezza tradisce una raffinata e collaudata tecnica di distrazione di massa: si tratta di una manovra ideologica, studiata a tavolino per polarizzare l’elettorato attraverso la sistematica costruzione e colpevolizzazione di un nemico pubblico, quasi sempre identificato nella figura dell’immigrato, del marginale o dell’ultimo della scala sociale. Cavalcare la logica del nemico e alimentare la paura collettiva serve a ipnotizzare il dibattito pubblico, focalizzando l’attenzione della cittadinanza su un allarme costante che deforma la realtà delle cose. Questa retorica securitaria agisce come una nebbia artificiale: viene sollevata appositamente per nascondere l’assenza di una reale visione strategica e per evitare di affrontare i nodi strutturali ed economici che realmente determinano il declino o lo sviluppo di una comunità.
È fin troppo facile, e politicamente assai redditizio nel breve periodo, speculare sulle ansie legittime delle persone, traducendo la complessità dei fenomeni migratori o della microcriminalità in slogan incendiari e promesse di interventi repressivi o spettacolari. Ma questa è l’essenza dell’ipocrisia politica. Agitare lo spettro del pericolo permanente esonera chi si candida a governare dal dovere etico di proporre riforme profonde e progetti sociali a lungo termine. La sicurezza autentica di una metropoli non si misura dal numero di pattuglie o da una militarizzazione delle strade, ma dalla tenuta del suo tessuto sociale, dall’efficacia dei suoi servizi, delle sue reti di solidarietà e dall’equità nella distribuzione delle ricchezze. Una campagna elettorale ridotta a una crociata securitaria evita sistematicamente di discutere delle vere piaghe che generano il disordine e il malessere: l’esplosione delle disuguaglianze economiche che scava un solco incolmabile tra i quartieri del centro e le periferie dimenticate, la precarietà occupazionale che priva i giovani di una prospettiva di vita dignitosa, il progressivo smantellamento della sanità pubblica territoriale e l’impoverimento della scuola, intesa come principale agenzia di emancipazione sociale e culturale.
Milano, per la sua natura di capitale economica e laboratorio di modernità, non può permettersi di essere governata attraverso il filtro della paura o mediante scorciatoie propagandistiche. Una realtà così complessa e stratificata esige strutturalmente risposte complesse. La buona politica ha il dovere di rifiutare i candidati scelti solo per interpretare il ruolo di sceriffi elettorali, e deve invece presentare figure capaci di esprimere un programma organico, ragionato e radicato nella conoscenza profonda della macchina amministrativa. Il vero programma politico che va proposto per Milano deve rimettere al centro l’essere umano e i suoi diritti fondamentali. Serve una visione urbanistica e sociale che non si limiti a gestire l’esistente, ma che incida sulle ragioni profonde del disagio.
Questo significa, prima di tutto, attuare una pianificazione straordinaria dei modelli di lavoro e di occupazione, incentivando economie sostenibili che creino occupazione di qualità e contrastino il fenomeno dei lavoratori poveri e sfruttati. Significa investire massicciamente nella scuola pubblica, garantendo asili nido accessibili, tempo pieno e strutture moderne soprattutto nei quartieri più vulnerabili, perché è tra i banchi di scuola e nei centri residenziali che si combatte la vera battaglia contro la devianza e la criminalità. Significa difendere e rilanciare la sanità di prossimità, affinché la cura non sia un privilegio legato al censo ma un diritto universale garantito a ogni cittadino, ovunque risieda. Significa, infine, aggredire le disuguaglianze con politiche abitative coraggiose che calmierino il mercato degli affitti e diano una casa a chi lavora e produce ma viene espulso dalle dinamiche gentrificate della metropoli.
La sicurezza democratica si costruisce illuminando le periferie con la cultura, i servizi sociali e il lavoro, non spegnendo il dibattito pubblico con la retorica del sospetto e dell’esclusione. Amministrare significa ricucire le fratture di una comunità complessa, non esasperarle per mero calcolo elettorale. La dignità della politica e il rispetto per la storia richiedono di non strumentalizzare militari e forze di polizia: occorre che la politica torni a fare la politica, riscoprendo il coraggio della progettualità e tutelando il valore supremo dell’imparzialità delle sue Istituzioni.
*di Maurizio Delli Santi, membro dell’Associazione Italiana di Sociologia