Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. Sono le 11 procure che la quinta commissione del Csm (Consiglio superiore della magistratura) ha collocato, con la delibera dell’11 giugno 2026, nelle «zone ad alta densità mafiosa». Dieci stanno nel Mezzogiorno. L’undicesima è Roma, e da lì in su il confine si chiude: nella geografia che ne esce la mafia si ferma prima della Pianura padana.
La scelta non è un esercizio di cartografia perché decide chi può guidare quelle procure. Negli uffici dell’elenco l’esperienza antimafia pesa nelle nomine dei vertici; fuori da quell’elenco scivola tra i titoli secondari. A Milano, Torino e Bologna, per aspirare al posto di procuratore o di aggiunto, aver lavorato in un pool antimafia smette di essere decisivo. Il messaggio è semplice: dove la mafia ammazza serve chi la conosce, dove si limita a comprare basta un buon amministratore di carriere.
La sentenza che dice il contrario
L’Emilia-Romagna è un distretto di mafia, e a dirlo non è un convegno. Lo ha certificato la Corte di Cassazione il 7 maggio 2022, chiudendo il processo Aemilia, il più grande mai celebrato contro la ‘ndrangheta al Nord: oltre 70 condanne definitive, l’indagine aperta nel 2015 con 117 arresti, la cosca dei Grande Aracri arrivata da Cutro, in provincia di Crotone, e annidata nell’edilizia, nella logistica, nel movimento terra. La procuratrice generale Lucia Musti la definì la nona sentenza per associazione mafiosa nella regione. La nona, su un territorio dove i clan hanno preferito le banche ai kalashnikov. Eppure Bologna resta fuori dall’elenco.
Anzi, dalla stessa Bologna arriva il secondo movimento. Il 27 maggio la quinta commissione ha escluso Beatrice Ronchi dalla corsa per il posto di aggiunto: la pm che ha rappresentato l’accusa in Aemilia e firmato le inchieste Grimilde e Perseverance contro i clan calabresi radicati in regione. 112 magistrati hanno sottoscritto un documento per chiedere al plenum di rivedere la scelta. Il criterio che l’ha tenuta fuori premia l’anzianità sull’esperienza specifica, esattamente l’opposto di quello che il Consiglio pretende al Sud.
Il sistema si difende
Il Csm non nega le mafie al Nord, sarebbe impossibile davanti a sentenze passate in giudicato. Sostiene che Milano, Bologna e Torino non tocchino la densità del Sud. Roberto Fontana, unico componente milanese del Consiglio, ha difeso la delibera: esistono «territori ad alta intensità mafiosa» e altri dove la presenza «può dirsi bassa», e la Lombardia andrebbe nella categoria di mezzo. «Per quanto nel distretto di Milano – ha spiegato il consigliere a Il Giornale – vi siano stati negli ultimi vent’anni numerosi maxi processi in materia di criminalità organizzata mafiosa, io, operando una ragionevole comparazione con le forme e l’intensità del fenomeno (sotto il profilo del livello di penetrazione nel tessuto sociale) in alcune province del Sud, non avrei dubbi nel collocare la Lombardia nella seconda categoria».
Intanto, il processo più importante alla criminalità organizzata in Lombardia, è entrato nel vivo con due pm sotto scorta raddoppiata per minacce di morte. Una città che le relazioni della Dia fotografano da vent’anni come capitale economica della ‘ndrangheta finisce a metà classifica.
«Ma in che mondo vivono costoro?», ha reagito Nando Dalla Chiesa, che Milano la chiama la metropoli dove più si saldano le mafie. Libera ha portato presidi e flash mob davanti ai tribunali del Nord, da Torino a Bologna a Reggio Emilia, con uno slogan che è già una smentita: le mafie sono anche qui, e a dirlo sono i dati.
Il Consiglio riconosce la mafia dove ha sparato e sciolto i comuni, molto meno dove ricicla, investe e compra il silenzio. È la lettura che le ‘ndrine del Nord conoscono meglio di tutti: restano invisibili proprio dove conviene esserlo, e adesso pure col timbro di un organo dello Stato che archivia la loro presenza come faccenda meridionale. Il 41 bis sta al Sud, i capitali stanno al Nord. Il confine, stavolta, lo ha disegnato il Csm.