La guerra dei cento anni tra gli eredi di Papa Leone XIII

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di Clemente Pistilli

Quasi un secolo di battaglie nelle aule di giustizia non è stato sufficiente a mettere pace tra gli eredi di papa Leone XIII e ad arrivare a una sentenza definitiva per la divisione dei beni. La Cassazione ha annullato tutto e sulla vicenda dovrà tornare a pronunciarsi la Corte d’Appello di Roma. Oggetto dell’annoso contendere mobili del Settecento e dell’Ottocento, conservati nel palazzo di Carpineto Romano dove venne alla luce il pontefice, medaglie, monete, argenteria e anche qualche prezioso dono fatto al capo della Chiesa di Roma dai sovrani europei.

Contesa attorno al Palazzo
Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, della nobile famiglie dei conti Pecci, salito sul trono di Pietro con il nome di Leone XIII, nacque il 2 marzo 1810 nel palazzo rinascimentale di Carpineto Romano, dove è vissuto da bambino con la sua famiglia e dove è stato battezzato. Un’antica costruzione che domina il centro di 4.650 anime abbarbicato sui Monti Lepini e che si sta avviando a diventare un museo in grado di incrementare il turismo nel paese. Il pontefice spirò nel 1903 e venti anni dopo, il 15 maggio 1923, morì anche il nipote Ludovico. Gli eredi trovarono ben presto un accordo sulla divisione dei beni immobili, ma non sul resto, aprendo un contenzioso che i successori del Santo Padre ancora stanno portando avanti.

Battaglia sull’eredità
A ricorrere ai giudici fu Gioacchino Pecci, figlio di Ludovico, che il 17 marzo 1927 citò i fratelli Giovan Battista e Maria Concetta davanti al Tribunale di Velletri, chiedendo l’annullamento delle disposizioni testamentarie, ritenendole lesive per quanto riguardava la sua quota, e per procedere a una nuova divisione dei beni. Un giudizio che venne dichiarato estinto e che venne poi ripreso, sempre a Velletri, dal tutore di Gioacchino, dopo l’interdizione di quest’ultimo, citando gli eredi di Giovan Battista e il curatore dell’eredità di Maria Concetta. Venne chiesto ai giudici di dividere i beni in tre parti uguali, nominando un esperto per ricostruire e stimare la massa ereditaria e per formare le singole quote, assegnando poi le stesse mediante un sorteggio. Passato per competenza il procedimento al Tribunale di Roma, il 19 febbraio 1970, dopo ben 43 anni di schermaglie nelle aule di giustizia, i giudici capitolini emisero una sentenza con cui, respingendo la richiesta di annullare le disposizioni testamentarie di Ludovico Pecci senior e dichiarando il museo e la biblioteca del palazzo esclusi dalla massa ereditaria in quanto pervenuti come legato a Ludovico junior, ordinarono che la cappella e gli arredi del palazzo fossero divisi per stirpi in tre parti uguali, tra gli eredi di Gioacchino, di Giovan Battista e l’erede di Maria Concetta, divisione che avrebbe dovuto compiere un giudice istruttore. La situazione si complicò subito, visto che alcuni beni sarebbero stati già in possesso della moglie di Giovan Battista, la contessa Heleda Pecci Castrignano, che altri sarebbero stati donati da Ludovico, mentre era in vita, ai figli Giovan Battista e Maria Concetta e altri sottrati da ignoti. Passata di erede in erede la stessa causa, il 13 luglio 2004 il Tribunale di Roma sciolse la comunione mobiliare e individuò i tre lotti da sorteggiare, per assegnarli ai discendenti delle tre stirpi di Ludovico senior. Caterina Pecci impugnò la decisione, vedendosi respingere la sua richiesta nel 2009 dalla Corte d’Appello, ma ottenendo ora ragione dalla Cassazione.

Nuovo processo
I giudici d’appello dovranno tornare a pronunciarsi sulla tormentata vicenda, stabilendo se i beni donati da Ludovico ai figli mentre erano in vita dovranno tornare nella massa ereditaria e come dividere il patrimonio. Oggetto del contendere mobili antichi, argenteria, monete, medaglie d’oro e d’argento appartenute al pontefice, orologi, quadri, scritti e lettere autografe di Leone XIII e di sovrani dell’epoca, una scatola d’oro coperta di brillanti donata al papa dal kaiser Guglielmo II e il martello con cui il papa aveva aperto la Porta Santa.

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