La guerra delle monete è solo all’inizio. La Cina svaluta ancora e costringe gli Usa a seguirla presto. Ma i mercati questa volta non si fanno sorprendere

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di Sergio Patti

Il Fondo monetario internazionale ieri aveva svegliato i mercati spiegando chiaramente che il deprezzamento della moneta cinese avrà effetti positivi anche sul mercato dei cambi. E oggi la terza svalutazione dello yuan in tre giorni non ha sorpreso i mercati, che anzi stanno approfittando per rimbalzare. Il tasso di cambio è adesso di 6,4010 yuan contro il dollaro. Dunque in tre giorni la valuta cinese è stata svalutata di quasi il 5%.

Le Borse europee, anche sulla scia di Wall Street che ieri è riuscita a recuperare in chiusura le perdite di giornata, stanno correndo. A metà mattinata Piazza Affari si avvicina a guadagnare il 2%, con Francoforte e Parigi che crescono dell’1,4 e dell’1,7%. Più cauta Londra, con guadagni sotto il punto percentuale. Dopo tre giorni di forti cali hanno chiuso in verde Hong Kong (+0,69%) e Shanghai (+0,8%).

La Banca centrale cinese, che sta reagendo con forza e tempestività alla frenata dell’economia del Dragone, con queste tre svalutazioni aiuterà le imprese locali a recuperare competititività sui mercati mondiali. Una mossa che però costringerà a breve la Fed Americana a rispondere con una probabile svalutazione del dollaro, allargando quella Guerra delle valute che non si può prevedere dove andrà a finire. Dopo cinque anni di massiccio quantitative easing (immissione di liquidità monetaria) la possibile bolla della divisa americana è un’altra incognita che potrebbe stravolgere I mercati.
Anche per questo gli operatori occidental hanno fortemente protestato con le autorità cinesi per le loro iniziative unilaterali, che però rispondono perfettamente alla logica di utilizzare gli strumenti a disposizione – compresa in prima Battuta la leva monetaria – per sostenere la propria economia in difficoltà. Tutto il contrario di quanto accaduto in Europa, dove la Bce si è mossa solo quando I fondamentali di metà continente (produzione, disoccupazione, consumi) erano crollati ai minimi storici. E si profilava persino il mostro della deflazione.

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