La legalizzazione della cannabis arriva in Parlamento. Ecco 7,5 miliardi di buoni motivi per approvare il testo

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Arriva finalmente in Parlamento la proposta di legge che legalizza la cannabis. “La partita è aperta, mancano 80 deputati disposti a votare a favore”, ha detto il sottosegretario agli Esteri e promotore dell’Intergruppo per il ddl Benedetto Della Vedova. A sentire però i deputati di Forza Italia, è solo tempo sprecato: “Con un’indecente forzatura il provvedimento è arrivato oggi in Aula alla Camera”, ha detto il presidente dei deputati azzurri Renato Brunetta. A rincarare la dose ci ha pensato poi Maurizoio Gasparri, secondo cui “a prescindere da quello che succederà a Montecitorio, al Senato non passerà mai”. I deputati di Ap invece hanno presentato due pregiudiziali, una di costituzionalità e una di merito che saranno comunque messe in discussione solo a settembre. “Ora ci vogliono far credere che fumare la marijuana fa bene alla salute. Ci si è messo anche Veronesi”, ha detto la promotrice Paola Binetti. Il testo tornerà in commissione per l’analisi dei 1700 emendamenti.

Ma a questo punto, aldilà della sterile (purtroppo) querelle politica, andiamo a vedere cosa vorrebbe dire legalizzare la cannabis. Come La Notizia ha già documentato, la liberalizzazione permetterebbe allo Stato di incassare qualcosa come un miliardo di euro ogni anno soltanto per le spese legate alla detenzione in carcere. Altri 9 milioni per sbrogliare tutti i fascicoli dei processi nati da una legge, la Fini-Giovanardi, riconosciuta incostituzionale ormai due anni fa (era il 12 febbraio 2014). E, di contro, un fatturato per lo Stato che potrebbe superare i 10 miliardi ogni due anni, se solo ci si decidesse a liberalizzare le droghe leggere. È questo, in sintesi, il quadro della macchina repressiva esistente oggi in Italia, una macchina che non fa alcuna distinzione (e che invece è sostanziale, come riconosciuto da studi medici e scientifici) tra droghe leggere e cannabis da una parte, e droghe pesanti dall’altra. E non è un caso che la legge, come detto, sia stata dichiarata incostituzionale.

GUADAGNI E SPRECHI – Ma, a questo punto, proviamo a fare un passo in più e a immaginare cosa vorrebbe dire liberalizzare la cannabis. A rispondere è stata con un dettagliato dossier (“Yes, we cannabis”), l’associazione impegnata per la tutela dei diritti nel sistema penitenziario, “Antigone”. Innanzitutto non avremmo avuto i costi a cui, invece, abbiamo dovuto far fronte. A cominciare da quelli derivanti dalle oltre 250mila persone finite in carcere tra il 2006 e il 2014 (ovvero gli anni in cui è stata in vigore la Fini-Giovanardi): tenerle in “cella” ci costa ogni anno oltre un miliardo di euro (parliamo, cioè, di un terzo del totale dell’intero sistema penitenziario italiano). Ergo: abbiamo speso solo per la repressione più di 9 miliardi. Ma non basta. C’è poi la parte giudiziaria, con la valanga di processi nati spesso perché non c’è distinzione tra droghe pesanti e leggere, e che ha ingolfato pesantemente i nostri tribunali. Mediamente, le spese a riguardo hanno superato i nove milioni di euro l’anno. Si dirà: almeno l’uso di cannabis è stato bruscamente frenato. Niente affatto. Sono i dati a dirlo chiaramente: la percentuale di consumatori è rimasto costante. Con la differenza che oggi a guadagnarci sono le criminalità e non lo Stato. Domandina: di quanto parliamo? Secondo i dati forniti da “Antigone”, parliamo di un fatturato che potrebbe arrivare tra i 7,5 e i 13 miliardi di euro a biennio tra imposte sulla vendita e imposte sul reddito. Insomma, facendo un calcolo su base annua, tra spese penitenziarie, giudiziarie e mancati introiti, lo Stato, senza l’approvazione della legge che legalizza la cannabis, rinuncerebbe a qualcosa come 7,5 miliardi di euro. Bazzecole.

Tw: @CarmineGazzanni