La mafia vuole il sindacalista morto e lo Stato gli toglie la scorta

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di Mimmo Mastrangelo

Nel nostro Paese sono tante le storie come quella dello scrittore Roberto Saviano. Vite scomode, spesso sconosciute, messe sottoscorta per le minacce e le intimidazioni subite dalla criminalità organizzata. Tra questi perseguitati dell’antistato c’é il sindacalista siciliano della Cgil Vincenzo Liarda. Quarantasei anni di Polizzi Generosa, nelle Alte Madonie, da tempo la mafia non gli dà pace. Sono oltre una ventina gli atti intimidatorio di cui è rimasto vittima, l’ultimo il 5 giugno scorso, quando nella sua abitazione di campagna ha trovato una busta contenente polvere da sparo.
Lo Stato gli aveva messo a disposizione una scorta di due carabinieri. Misura di protezione che da una settimana, senza alcun motivo, gli è stata revocata. E perciò la sua vita è ritornata ad essere di nuovo seriamente in pericolo. Il vice presidente della commissione antimafia – il deputato Pd Fabrizio Ferrandelli – ha rivolto un appello al Presidente della Camera Laura Boldrini, mentre l’Associazione Cento Passi ha aperto una petizione sul sito www.change.org, affinché il Ministro dell’Interno Angelino Alfano intervenga per (ri)assicurare protezione al responsabile per la legalità della Flai-Sicilia.

La tenuta della discordia
La mafia minaccia Liarda scrivendogli su pizzini “Sei morto pezzo di m… Giù le mani dal Verbumcaudo”. Liarda, infatti, è stato sempre in prima linea affinché il feudo di Verbumcaudo venisse restituito alla gestione pubblica e agli utili della collettività. Quella della tenuta, che da Polizzi Generosa si estende anche su altri comuni delle Madonie (Villalba, Vallelunga Pratameno, Valledolmo) è una storia lunga. Nel 1987 fu Giovanni Falcone a far sequestrare il feudo in possesso della famiglia mafiosa del “papa” Michele Greco, il quale l’aveva comprato dai vecchi proprietari per 350 milioni di lire con un assegno (firmato da Antonio Bardellino del clan camorristico dei Nuvoletta) che andava a cancellare una vecchia ipoteca. Dopo il sequestro di Falcone ci sono voluti oltre 20 anni perché la tenuta dove si tenevano i summit dei clan più forti di Palermo e Caltanisetta venisse restituita alla collettività. E solo nel 2010 il Verbumcaudo è stato assegnato alle cooperative, “Placido Rizzotto”, “Lavoro e non solo” e “Pio La Torre” le quali da un anno producono il “grano della legalità”. A tale “risanamento alla legalità” si è arrivati anche grazie all’ impegno di Liarda nelle vesti di presidente del consiglio comunale di Polizzi. Con l’assegnazione del progetto di recupero alle tre cooperative e a Libera di Don Ciotti sono iniziate le minacce per il sindacalista che si è visto, tra l’altro, bruciare la macchina, gli ulivi di un terreno di famiglia e una parte della casa di campagna.

Recluso in casa
Liarda è tornato a vivere nella paura, sta chiuso in casa da giorni come se fosse agli arresti domiciliari (e qui il paradosso della sua inquietante storia) e commenta con rammarico: “Non l’ho voluta io la scorta, mi è stata imposta e adesso mi viene revocata”. Perché, nonostante continuino le intimidazioni da parte delle cosche mafiose?