La rabbia dell’america affamata. Trump si sta giocando la rielezione. Migliaia in piazza dopo l’assassinio di George Floyd. Più del virus e del razzismo però fa paura l’economia

di Giuseppe Vatinno
Mondo

Gli Usa stanno esplodendo per le tensioni razziali – già quattro le vittime – che mai in realtà sono state superate, al di là dell’elezioni di un presidente afro- americano come Barack Obama. Quello che sta accadendo in questi giorni non solo non è contingente, ma addirittura strutturale e si ripete da anni ad intervalli regolari di tempo. Tuttavia l’omicidio a Minneapolis dell’uomo di colore George Floyd da parte dell’agente bianco di polizia Derek Chauvin è profondamente diverso da tutti gli altri episodi precedenti: questa volta c’è una pandemia mondiale in atto che vede gli States al primo posto per vittime e – fatto conseguente ma di impatto ancora maggiore – con una crisi economica epocale che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione del 1929.

Inoltre, rispetto ad analoghi episodi del passato, ora c’è un presidente, Donald Trump, che spesso ha mostrato comportamenti passionali ed estremi, aggressivi e sopra le righe, quando non apertamente razzisti nei confronti della minoranza nera e delle donne. Questo combinato disposto è micidiale per una società come quella americana che si regge su equilibri precari e in cui i diversi strati sociali poggiano uno sull’altro non cementati, ma tenuti insieme da una precaria gelatina ideologica di speranze e parole che in tempi di crisi mostra tutti i suoi limiti. Ed è proprio “The Donald” l’elemento che maggiormente preoccupa. Un presidente che invece di mediare butta secchiate di benzina sul fuoco e che pare non rendersene conto o, peggio, esserne addirittura fiero.

Trump sa che i suoi voti vengono da quell’America profonda la cui roccaforte è la Bible Belt, e cioè la cintura della Bibbia, formata da stati conservatori come l’Alabama, la Georgia, la Louisiana, l’Oklahoma, il Texas, il Tennessee, la Virginia, il Missouri per citare i più noti. Stati la cui bandiera, in maniera più o meno velata, mostra ancora il ricordo di quella sudista confederata della guerra di secessione. Sono gli Stati del sud-est, quelli in cui il razzismo non è mai veramente passato e che sono la cicatrice storica di un’America incapace di emanciparsi dallo schiavismo, vergogna storica di una nazione contradditoria che è però pur sempre la prima potenza mondiale.

CAMPAGNA ELETTORALE. Dicevamo di Trump. Il presidente sente odor di elezioni e non perdere un’occasione per recitare il suo ruolo di sceriffo alla John Wayne. Qualche giorno fa il tentativo di mettere il bavaglio alla libertà di espressione garantito dal Primo Emendamento, perché Twitter gli aveva censurato una Fake News e poi ora il disprezzo per i manifestanti. Poi il richiamo “Law and Order” a Richard Nixon, che aprì un lungo periodo di vittorie elettorali repubblicane. Ma questa volta Donald non ha fatto i conti, come dicevamo, con la particolarissima situazione creata dalla crisi e il candelotto di dinamite rischia di esplodergli in mano. Venerdì sera si è dovuto rifugiare nel bunker sotto la Casa Bianca, come riferisce il New York Times e lo stesso conduttore Griff Jenkins della “trumpiana” Fox News ha invitato il presidente ad un appello all’unità.

L’America è un Paese con due anime: una conservatrice e bigotta, frutto del Padri Pellegrini puritani del Massachusetts, l’altra progressista e contestatrice, quella della beat generation, della California, di Berkeley, della droga, dei figli dei fiori e della lotta contro la guerra in Vietnam. Sta a lui capire che ora sta giocando col fuoco perché la disoccupazione è alle stelle e i ghetti neri, ma anche la middle class bianca, è allo stremo delle risorse finanziarie e provata, nel contempo, dal virus.