La scuola non fa in tempo a riaprire. E i sindacati già tornano in sciopero. Si comincia a manifestare dal 26 settembre. Una lezione di irresponsabilità di fronte all’emergenza

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

Neanche il tempo di riaprire che già si parla di sciopero della scuola. A pochi giorni dal ritorno in classe, con la campanella che tornerà a suonare il prossimo 14 settembre, non si fermano le proteste di chi denuncia quella che viene definita come una ripartenza al buio. A pensarla così sono i sindacati che hanno deciso di scendere in piazza il 26 settembre. Curiosamente per denunciare i presunti ritardi nel rimettere le scuole in sicurezza e garantire un anno scolastico senza patemi, la manifestazione si terrà a giochi fatti ossia quando gli alunni saranno già tornati in aula da ben 10 giorni. Il principale motivo del contendere è quello relativo “alle condizioni materiali delle scuole” che “sono sostanzialmente rimaste uguali al periodo precedente la pandemia, gli stessi nuovi arredi (banchi monoposto) arriveranno entro il mese di ottobre”.

Una spiegazione che non convince il commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, che ha preso carta e penna per scrivere ai dirigenti scolastici facendo il punto della situazione che, stando alle sua parole, è ben diversa da quella descritta dai sindacati. A suo dire ogni giorno docenti, alunni e personale delle scuole avranno una mascherina chirurgica e ogni settimana arriveranno in totale negli istituti del Paese 170mila litri di gel igienizzante, in uno sforzo che, assicura, “non ha eguali in alcun altro Paese”.

Proprio in merito agli arredi, il super tecnico ha dettato anche un calendario delle consegne con i banchi e le sedute che entro fine mese soddisferanno il fabbisogno delle scuole primarie dell’intero territorio nazionale e degli istituti comprensivi di tutte le Regioni, come anche delle scuole secondarie di primo e secondo grado anche se quest’ultime limitatamente alle aree più colpite dal Covid-19. Ad ottobre sarà completata anche la fornitura nel resto del Paese. Insomma alla luce di queste parole appare quanto meno spropositata la protesta che, tra le altre cose, avviene in un momento davvero complicato per l’Italia che sta cercando di ripartire proprio dalle scuole.

RAGIONI DISCUTIBILI. Ma ad animare i sindacati c’è molto di più. Altro nodo della protesta, infatti, riguarda i criteri di formazione delle classi che, a loro dire, sono rimasti invariati, con il paradosso dell’aumento delle classi pollaio per la mancanza di “ripetenti” in particolare nelle prime superiori. Sembra davvero difficile credere che le cose andranno così perché proprio le aule, per esigenze di contrasto al virus, sono state ristrutturate – o sono in fase di ristrutturazione – per garantire il distanziamento sociale, ampliando gli spazi. Come se non bastasse, i sindacati se la prendono anche per le assunzioni a rilento nel settore e che, a loro dire, vengono fatte su presupposti sbagliati.

Motivazione, questa, che non può che riportare alla memoria le parole profetiche della ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che il 21 agosto spiegava: “Tornando ai sabotatori, ho collaborato io stessa con un sindacato della scuola fino al 2017. Non c’è dubbio però che in questo ruolo mi sia trovata di fronte a una resistenza strenua al rinnovamento. Non è un mistero che i sindacati siano contrari al concorso con prova selettiva: vorrebbero stabilizzare i precari, immissione in ruolo per soli titoli. Ma sa la sorpresa qual è? Per 80 mila posti sono arrivate in totale 570mila domande. Di queste solo 64 mila sono di docenti con almeno 36 mesi di servizio” puntualizzando che è vero che “i precari hanno diritti acquisiti, ma anche i giovani hanno diritto di accesso”.