La sfida del Mes si sposta in Europa. L’Italia non fa sconti sulla riforma. Conte a Bruxelles, riparte il negoziato sul Salva-Stati. Di Maio ribadisce la linea: nessuna firma in bianco

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Approderà oggi sul tavolo del Consiglio Ue la riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità). I lavori a Bruxelles – è il primo summit con tutti i nuovi vertici delle istituzioni europee – sono iniziati ieri. Il Parlamento ha approvato la risoluzione di maggioranza che impegna il premier per i temi all’ordine del giorno del Consiglio (clima, eurobilancio, Unione economica e monetaria, Mes, Brexit) ma non ha spento le polemiche.

PATTI CHIARI. Sul fondo Salva-Stati il Consiglio Ue dovrebbe limitarsi a prendere atto di quanto deciso dagli euroministri il 4 dicembre: i negoziati continuano e si farà il punto nella prossima riunione di gennaio. Nella bozza di conclusioni i leader, si legge, daranno l’incarico all’Eurogruppo “di finalizzare il lavoro tecnico sul pacchetto di riforme del Mes, in attesa delle procedure nazionali, e di continuare a lavorare su tutti gli elementi dell’ulteriore rafforzamento dell’Unione bancaria, su base consensuale”.

Da Bruxelles il premier Giuseppe Conte chiarisce: “Non siamo qui per firmare nulla”, Governo e Parlamento concordano nel voler migliorare la riforma. “Abbiamo da lavorare su alcuni aspetti nient’affatto secondari – spiega – come le Cacs, clausole di azione collettiva. Ci lavoreremo ancora, procederemo con una visione complessiva. Il Parlamento sarà informato e pienamente coinvolto”. Musica per le orecchie del capo politico dei Cinque Stelle che anche ieri è intervenuto per smentire “tante bugie”: “Non è stata votata nessuna autorizzazione né a firmare il Mes né a chiudere l’accordo. Non firmeremo nulla finché non avremo capito le riforme che si stanno facendo e con quali dettagli”, spiega Luigi Di Maio. Che torna a smascherare la Lega e FdI.

Un conto, spiega, è il Mes, che “più che un salva-Stati è uno strozza-Stati”, un altro è la riforma. Il negoziato per il Mes è iniziato nel 2010 “quando al governo c’erano Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e la Lega”. Poi, nel 2012, “Berlusconi e Meloni lo hanno ratificato”. La riforma del Mes è iniziata, invece, nel 2018, quando al governo c’erano il M5S e la Lega di Matteo Salvini. Perché, chiede Di Maio, Salvini ha avallato, nel giugno scorso, la proposta di una riforma del salva-Stati per migliorarlo e ora si scandalizza? Ma Meloni insiste: “Il Mes è una fregatura mondiale”. Poco importa alle truppe leghiste e di FdI che i principali istituti economici italiani ed europei continuino ad assicurare che l’Italia non corra alcun rischio. Dopo Bankitalia, è intervenuta la Bce. “Che il Mes possa prendere di mira un singolo paese è del tutto fuorviante”, dice il numero uno di Francoforte Christine Lagarde.

NON SOLO MES. Ma non c’è solo il Mes. Mercoledì l’esecutivo comunitario ha presentato il Green New Deal e il clima ieri è arrivato sul tavolo del Consiglio: l’obiettivo è trovare un accordo tra gli Stati affinché l’Europa raggiunga la neutralità climatica entro il 2050. Ma accanto agli entusiasti, Italia e Germania in testa, c’è chi mugugna. Un gruppo di paesi dell’Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) minaccia di mettere il veto all’accordo se non ci saranno garanzie sui finanziamenti per la transizione ecologica.

E se non si riconoscerà la produzione nucleare come fonte per raggiungere la neutralità climatica. Sul nucleare insiste pure la Francia. L’Italia chiede che il fondo per la transizione sia aperto a tutti i settori industriali e a tutti i paesi (anche per farvi rientrare l’ex Ilva di Taranto). E pone la questione della golden rule, ossia lo scorporo degli investimenti verdi dal patto di Stabilità o comunque un’ampia flessibilità.