La sfida di Francesco alla Chiesa del peccato

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Di Antonello Di Lella

Francesco segue il solco tracciato dal suo predecessore tedesco Benedetto XVI sfatando un tabù di cui solo fino a qualche anno fa in Vaticano era assolutamente vietato parlare. Quello della pedofilia clericale. L’intervento di Bergoglio è netto e di condanna verso un problema che purtroppo esiste ancora nonostante la tonaca e tanti casi smascherati. E nella giornata di ieri il Papa ha incontrato a Santa Marta proprio sei adulti vittime, negli anni addietro, di violenza sessuale da parte di preti. Un’omelia privata con le sei persone di differenti nazionalità: tedeschi, irlandesi e britannici. “Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali”, ha affermato il Papa argentino, “mi impongo a non tollerare il danno arrecato a un minore da parte di chiunque, indipendentemente da suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità”. Per vigilare il Papa conta pure sui membri della Pontificia commissione per la protezione dei minori (istituita il 22 marzo scorso da Bergoglio). Il prossimo incontro della Commissione ci sarà nel prossimo mese di ottobre quando dovrebbero essere presentati i nuovi membri; attualmente sono otto i componenti. Dopo i mafiosi scomunicati due settimane fa in Calabria, ieri Bergoglio ha chiuso le porte in faccia ai preti pedofili. Linea dura. La rivoluzione continua.

Di Ratzinger il primo passo
Il cambiamento era già iniziato nel 2008. Il cambio di passo lo segnò Benedetto XVI negli States, a Washington, quando incontrò alcune vittime della pedofilia clericale. Ma non solo negli Usa, perché altre vittime furono incontrate in Germania, Regno Unito, Australia e Malta. Una battaglia fatta di gesti e che anche Bergoglio, per la prima volta da quando è salito sul Soglio di Pietro, ha deciso di proseguire. “Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero”, ha detto Francesco, “gli abusi sessuali di pedofilia commessi da consacrati rappresentano qualcosa di più di atti deprecabili: un culto sacrilego”. Il Papa ha chiesto scussa anche per tutte le “omissioni da parte dei vertici ecclesiastici, colpevoli di non aver risposto in maniera adeguata alle denunce da parte delle vittime degli abusi e dei loro familiari”. Un pensiero che rompe davvero col passato, in cui Francesco non ha negato in alcuna maniera le responsabilità della chiesa cattolica: “I suicidi pesano sulla coscienza della Chiesa. Chi si è macchiato di questi atti ha profanato la stessa immagine di Dio”. Un mea culpa che ha convinto le vittime della pedofilia clericale che ieri erano a Santa Marta. Secondo quanto riferito dal portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi i sei ricevuti dal Papa hanno mostrato la loro commozione e soddisfazione per l’incontro con Bergoglio. A invitarli il cardinale Sean O’Malley, l’arcivescvo di Boston e membro del Consiglio dei nove Cardinali chiamato a coordinare l’attività del Papa nel riformare la Curia. Nei rispettivi paesi di provenienza delle sei vittime esistono strutture della Chiesa che si occupano di questi casi particolari.

Colloqui personali
Il Papa oltre all’omelia ha tenuto incontri personalizzati con le sei vittime di pedofilia. Oltre tre ore ci colloqui. Un primo contatto, a dire il vero, c’era stato già nella serata di domenica a ora di cena nel refettorio di Casa Santa Marta. “Gli abusi hanno lasciato cicatrici per tutta la vita. So che le vostre ferite sono pena emotiva, spirituale e anche di disperazione”, così si è rivolto Bergoglio alle sei vittime, “Molti di coloro che hanno patito q1uesta esperienza hanno cercato compensazioni nella dipendenza. Altri hanno avuto disturbi nelle rispettive relazioni personali”. Altro nodo cruciale resta quello della formazione dei sacerdoti. Il Papa latinoamericano ha sottolineato che anche in questo senso la Chiesa deve vigilare maggiormente. Un percorso che quindi parte dalla base, dai primi passi.

‘NDRANGHETA IN PROCESSIONE, LA SCOMUNICA NON FA PAURA

Di Alessandro Righi

Portare a spalla la statua non è solo un semplice simbolo. Da sempre per le organizzazioni malavitose significa molto di più. Un modo per marcare il territorio, per far capire al popolo qual è la famiglia più potente della zona. E così la processione di domenica a Oppido Mamertina (Reggio Calabria) con tanto d’inchino sotto la casa del boss Peppe Mazzagatti, 82 anni e condannato all’ergastolo (ma per motivi di salute a casa) continua a far discutere. Ora anche la Direzione distrettuale antimafia ha aperto un’indagine. Ma non è stata la prima volta che le cosche vengono accusate di aver messo mano all’interno di eventi religiosi. E probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. È già accaduto nel 2010 a Sant’Onofio (Vibo Valentia), sempre in Calabria, per la processione dell’Affruntata che venne anticipata per evitare tensioni. Una decisione che fece saltare il gioco delle aste tra le famiglie per portare la statua. Problemi ci furono anche in Campania: correva l’anno 2011 quando a Castellamare di Stabia (Napoli) la processione si fermò sotto casa di un boss. Ma di casi ce ne sarebbero tanti altri ancora. Quanto basta a sottolineare che la tradizione è ben viva dove le mafie gestiscono e si dividono le zone. E a marcare il territorio, anche con quella che apparentemente potrebbe essere una semplice manifestazione religiosa.

Bufera politico-istituzionale
La statua bloccata sotto casa del boss ha subito insospettito i Carabinieri che hanno abbandonato la processione per avviare immediatamente le indagini. In molti avrebbero voluto una presa di distanze netta anche da parte del parroco. Che invece si è pentito della scelta non fatta con ritardo: “Tornando indietro”, ha detto don Benedetto Rustico, “avrei modificato il percorso e avrei anche fatto a meno di fare la processione perché non vogliamo che la festa dia adito a situazioni lontane dal sentimento religioso”. Ma al di là delle scuse ritardatarie resta il fatto che il prete nel corso della celebrazione abbia invitato a “prendere a schiaffi il giornalista in fondo alla chiesa”. Per questo il presidente dell’ordine dei giornalisti della Calabria ha chiesto che don Rustico venga rimosso immediatamente dal suo incarico. La popolazione, invece, ha difeso il parroco sostenendo che quella processione ricopre lo stesso percorso da almeno 30 anni. Ora sull’accaduto indagherà l’Antimafia.

La scomunica di Bergoglio
Era il 21 giugno scorso quando papa Francesco sbarcato in Calabria, davanti a 250mila persone, scomunicò le mafie. Anche per questo motivo ora c’è chi sospetta che quella di domenica in provincia di Reggio Calabria possa essere stata anche una risposta alla dura invettiva del Pontefice. Il vescovo di Oppido-Palmi monsignor Francesco Milito ha parlato di “temerario gesto di blasfema devozione”; mentre il presidente dei vescovi calabresi monsignor Salvatore Nunnari è arrivato a dire che “bisogna avere il coraggio di fermare le processioni”. A Oppido, come detto, si difendono. Ma la stoccata finale a parroco e cittadini giunge dall’ex governatore Giuseppe Scopelliti che sostiene di aver avvertito la prefettura già anni fa di probabili infiltrazioni malavitose nella processione di Oppido. Potrebbe essere quindi un’abitudine diffusa. “Non leggerei questo ‘inchino’ della processione davanti alla casa del boss come una ritorsione dopo le parole del Papa a Sibari”, ha detto don Pino Masi referente dell’associazione Libera per la Piana di Gioia Tauro, in Calabria, “ma piuttosto come una brutta abitudine che, nel modo più assoluto, non dobbiamo più tollerare”. Diversamente la pensa il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri: per lui l’azione è stata anche una risposta alla scomunica ai mafiosi di Bergoglio.