Rafah funziona a intermittenza. Due giorni di stop, poi un varco contingentato, poi di nuovo l’attesa. Le evacuazioni sanitarie passano “a tranche”, poche decine alla volta, mentre migliaia restano in lista. La tregua si misura così: con un cancello che decide chi respira e chi aspetta. È il quadro degli ultimi tre giorni, raccontato dalle agenzie e confermato sul terreno, dove l’uscita dalla Striscia resta un’eccezione amministrativa, non un diritto.
Dentro questa cornice tornano i colpi “di contorno”. Fuoco su tende di sfollati a est di Gaza City. Un ventenne ucciso a Deir al-Balah. Segnalazioni di spari nel nord per il superamento di una linea “gialla” che cambia di giorno in giorno. Episodi presentati come incidenti, poi sommati in bollettino. La parola tregua resta in alto, la pratica resta bassa. E intanto l’imbuto sanitario si stringe: feriti cronici, dialisi, oncologici che dipendono da una finestra di poche ore.
Sullo sfondo, la pace entra in calendario. A Washington prende forma un Board of Peace, investimenti annunciati, fase due, tavolo arabo. La diplomazia come evento, con date e foto. In Europa si discutono compatibilità statutarie, mentre sul terreno la normalità viene rinviata. La distanza tra i comunicati e i varchi è tutta qui.
Il controcampo è la Cisgiordania. Raid notturni nei villaggi, case perquisite, giovani presi di mira. L’Unione europea annuncia fondi a UNRWA per Gaza e Cisgiordania insieme, riconoscendo che la linea è una sola anche quando si finge di spezzarla. Le famiglie dormono in abitazioni danneggiate, nella paura, mentre le operazioni “di sicurezza” producono paura come effetto collaterale.
Rafah che apre e chiude, tende colpite, villaggi rastrellati, tavoli di pace apparecchiati. Negli ultimi tre giorni il conflitto ha mostrato la sua grammatica: la tregua come parola, la violenza come procedura, l’uscita come concessione. Finché questa resta la sintassi, ogni annuncio suona come un titolo senza testo.