La trovata di ArcelorMittal: chip nelle tute degli operai. La Lega ha fatto naufragare il Decreto imprese. Così la crisi la pagano i dipendenti ex Ilva

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Non c’è pace per l’ex Ilva. Anzi secondo alcuni lo stabilimento siderurgico più famoso d’Italia e d’Europa è in un limbo con i dipendenti vessati dalla crisi politica, da quella del mercato siderurgico europeo e dalla cassa integrazione. Come se non bastasse tutto ciò, da ieri anche da un microchip inserito nella loro tuta da lavoro. Ha del paradossale la situazione che in questi giorni stanno vivendo i 14 mila operai dell’ex Ilva diventati sostanzialmente dei reclusi in casa. Per giunta senza che nessuno ne porti avanti le istanze dopo la scellerata decisione del ministro dell’Interno Matteo Salvini di staccare la spina al governo di Giuseppe Conte. Un esecutivo che, soprattutto per volere del vicepremier Luigi Di Maio, si era distinto per l’attenzione rivolta alle più grandi crisi legate al mondo del lavoro ma che ora non può più fare nulla. Lo ha ammesso lo stesso leader pentastellato uscendo dalla stanza dei bottoni al Quirinale quando, davanti alla platea dei giornalisti e per mettere con le spalle al muro il Capitano, aveva raccontato: “A causa di questa crisi di governo, il Consiglio dei ministri non riesce ad approvare le leggi che servono a salvare il lavoro a migliaia di italiani: Whirlpool a Napoli con 400 operai rischia di chiudere, la ex Ilva di Taranto con migliaia e migliaia di lavoratori è sospesa in un limbo, la ex Alcoa in Sardegna non può riaprire, i rider non avranno le tutele che hanno gli altri lavoratori”.

NORME BLOCCATE. Un atto, il Decreto imprese varato a Palazzo Chigi il 6 aprile, che ora è rimasto incagliato in questa assurda crisi di governo che, come nel peggiore dei film, verrà pagata dagli operai. Proprio quelli a cui si è più volte rifatto il leader leghista che a parole dice una cosa ma che nei fatti ne fa un’altra. Tuttavia il problema maggiore è che senza l’approvazione del provvedimento che interveniva su alcune crisi industriali e reintroduceva un’immunità penale parziale per ArcelorMittal, il rischio è che il gruppo indoeuropeo potrebbe rinunciare all’investimento in Italia come già minacciato in passato. Una voglia di fuga che, non di meno, trova un assist anche nel calo del mercato europeo dell’acciaio.

CERINO IN MANO. A rimanere con il cerino in mano sono i dipendenti a cui non è rimasta che indire lo sciopero di 24 ore, già comunicato ai vertici aziendali, per il prossimo 2 settembre. Un’astensione che i sindacati ritengono necessaria “a seguito della constatazione di chip nelle tute dei lavoratori, cosa assolutamente illegale” che “come previsto dalla legge, deve essere concordata dalle parti” e per chiedere un intervento alla politica.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Quel bivio tra il M5S e il Ponte sullo Stretto

Nei sondaggi della Ghisleri e Pagnoncelli non c’è traccia, ma in Italia non c’è partito che sta crescendo più di quello del cemento. I soldi del Recovery Plan permetteranno di aprire cantieri ovunque, e come da tradizione c’è la fila per costruire quello che capita,

Continua »
TV E MEDIA