La truffa dei derivati swap

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Sergio Patti

Hanno fatto affari d’oro vendendo spazzatura ai loro clienti. Operazioni commerciali con titoli swap (derivati) che per i magistrati sono state vere e proprie truffe. Un’altra pagina buia per le banche italiane e per alcuni tra i maggiori protagonisti del sistema, che alla faccia dei requisiti di onorabilità collezionano un rinvio a giudizio dietro l’altro. L’ultimo caso arriva da Trani, dove lavora una delle Procure più attente ai grandi reati finanziari. Nel mirino due episodi di concorso in truffa pluriaggravata e continuata, con 15 personaggi di primo piano coinvolti, tra cui gli ex vertici di Banca Intesa e Banca Caboto (entrambe del gruppo Intesa-San Paolo).

RAFFICA DI PROCESSI
Tra gli imputati si rivede così Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa San Paolo ed ex presidente del Cda, e Corrado Passera, ex ministro per lo sviluppo economico e amministratore delegato sino al 2011. Con loro rischia il giudizio anche Giovanni Gorno Tempini (ex Caboto), attuale amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti. Se Bazoli è già indagato per altre vicende (avrebbe pilotato le nomine dei vertici di Banca Ubi), Passera non fa più il banchiere e ormai fa politica con il suo movimento Italia Unica. Chi rischia di più è Gorno Tempini: se dovesse essere rinviato a giudizio perderebbe l’onorabilità prevista dal nuovo Statuto dell’ente e per restare in carica dovrebbe ottenere nuovamente la fiducia del Cda e dell’assemblea della società che, notoriamente è interamente pubblica. Il Tesoro, per salvarlo, dovrebbe dunque smentire una regola che vale per l’intero sistema bancario. Se lo facesse perderebbe di credibilità la legge stessa.

DISEGNO CRIMINOSO
La contestazione dei magistrati parte dal caso di due imprenditori “convinti” tra il 2002 e il 2011 ad acquistare prodotti swap di cui non potevano conoscere la pericolosità. Questo perchè nonostante il formalismo con cui la banca cercava di presentare questi clienti come informati e attrezzati a sottoscrivere titoli del genere, in realtà le cose non stavano così. E la pressione alla struttura, affinché si vendessero tali prodotti, era tutta impressa dal vertice delle banche dove agivano, appunto, i dirigenti e gli amministratori chiamati a giudizio. Un “disegno criminoso”, scrivono i giudici, consistente nella volontà di far conseguire alla banca un profitto in danno della clientela più inesperta.