L’abbazia medievale all’ombra dei piloni stradali. Scempio a Micigliano

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di Lidia Lombardi

Via Salaria, chilometro 101,400, provincia di Rieti. S’incunea nelle gole del Velino la consolare che conduce da Roma ad Ascoli Piceno. Una curva dietro l’altra tra boschi e monti e all’improvviso uno scorcio che fa strabuzzare gli occhi: un campanile medievale, la cinta millenaria di un convento e, accanto, cinque piloni in cemento armato. Sentinelle minacciose che sovrastano l’abbazia benedettina dei Santi Quirico e Giuditta, nel comune di Micigliano, restaurata una quindicina di anni fa con una spesa di 4 miliardi di lire.

Storia di un obbrobrio

A che si deve l’obbrobrio? Ai lavori per migliorare la viabilità della Salaria. Un impegno preso nel 2004, salutato con soddisfazione dai sindaci della zona, penalizzati da un budello di venti chilometri fino a Cittaducale, oltretutto tagliato da un passaggio a livello. Tutto bene, dunque, il ministero per le Infrastrutture avvia l’appalto che prevede la realizzazione di gallerie e, appunto al bivio per Micigliano, di un ponte. Senonché l’opera, avviata nel 2006, è a ridosso dell’abbazia. E quel viadotto in fieri è davvero un pugno nell’occhio. Sicché, quattordici mesi dopo, la Sovrintendenza dà parere negativo alla realizzazione dello snodo. Ma nel frattempo i piloni sono stati tirati su. Risultato, i lavori sono fermi dal 2008. I colossi di cemento restano al loro posto, il progetto non procede, l’abbazia resta dominata dall’incompiuta ingegneristica. Né strada né ripristino della situazione antecedente. Con l’abbazia dei Santi Quirico e Giuditta che sopporta lo scempio nonostante una cooperativa sociale continui a gestire un ristorante e un bed and breakfast e le comitive proseguano a fare il picnic sui prati verdi, all’ombra del campanile e cullate dallo sciacquio rasserenante del Velino.

Appello di Italia Nostra

Gli appelli di Italia Nostra contro lo scempio sono finora stati ascoltati a metà. Come la lettera aperta inviata nel luglio 2010 al Presidente della Repubblica da un geologo e primo ricercatore Ifac-Cnr, Riccardo Massimiliano Menotti, che evoca l’articolo 9 della Costituzione, là dove tra i compiti della Repubblica si cita quello della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Ma che cosa ne pensa il Sindaco di Micigliano, Francesco Nasponi? “La Salaria l’hanno costruita i consoli, Traiano l’ha deviata, allontanandola dal Velino, per darle maggior sicurezza, i benedettini hanno costruito il convento proprio accanto all’unica arteria che congiungeva (e nella sua continuità ancora congiunge) Roma all’Adriatico perché  così erano favoriti i loro commerci. Nell’Ottocento qui c’era una stazione di posta. Insomma, è storica la vocazione di questo posto di essere al centro del traffico. E poi come li spiegate ai cittadini i 40 milioni spesi per costruire i piloni e poi i 10 necessari per buttarli giù e ancora quelli per smaltire il materiale accumulato dall’abbattimento?”.

Due soluzioni alternative

E’ lo stesso sentimento manifestato dai sindaci dei comuni vicini, di recente riunitisi con il capo dipartimento dell’Anas e con il sovrintendente ai beni monumentali e paesaggistici del Lazio. Si sono prospettate due soluzioni alternative: un intervento di “mitigazione” del danno ambientale  consistente nell’abbassamento dei piloni e nell’innalzamento della quota di campagna in modo da attenuare lo sgradevole impatto sul campanile. Oppure la realizzazione di una rotatoria con svincolo a raso al posto del viadotto. “Un’ipotesi, questa, rigettata dai primi cittadini – dice Nasponi – perché i mezzi provenienti a velocità elevata proprio grazie alla viabilità migliorata rischierebbero incidenti sulla rotatoria”. Insomma, resta il pasticciaccio della Salaria, come resta la bellezza e la sfortuna dell’abbazia, depredata nei secoli di pitture e sculture. E scena anche dell’assassinio di un abate, ad opera di ribelli benedettini. La voce popolare dice che il pio uomo sia stato fatto fuori perché voleva impedire traffici impudichi come il meretricio all’ombra del suo campanile. Un giallo alla Umberto Eco de “Il nome della rosa”. E un malessere che il viadotto-mostro ripropone.