L’autunno presenta un conto salato ai lavoratori. Whirlpool fa i bagagli e se ne va. Benservito per 300 operai. Le aziende approfittano dello sblocco dei licenziamenti voluto da Draghi nonostante il No del M5S

Whirlpool licenziamenti
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Le crisi aziendali sono ancora tutte lì: Whirlpool, Embraco, Gkn, Etica i nomi più conosciuti. Ora che il blocco dei licenziamenti è saltato (leggi l’articolo), l’autunno presenta un conto salato ai lavoratori. Ieri la Whirlpool ha confermato che le motivazioni che hanno portato ad avviare a metà luglio la procedura di licenziamento collettivo per i lavoratori dello stabilimento di Napoli “non sono cambiate”. Il che significa che oltre 300 lavoratori si ritroveranno a spasso.

I sindacati chiedono di sospendere la procedura, che scade a fine mese, e al governo di mettere in piedi un progetto concreto per la ripresa produttiva del sito di via Argine. E un nuovo incontro sulla vertenza è stato fissato al Mise per il 23 settembre. In quella data sarà presentato il consorzio sulla mobilità sostenibile, per la riconversione del sito campano, da Invitalia e dalla viceministra dello Sviluppo economico, Alessandra Todde.

L’attesa è per la risposta che su quel piano dovrà fornire la stessa Whirlpool per capire fino a che punto la società sia realmente impegnata a supportare i lavoratori. La fine del blocco dei licenziamenti, decisa a partire dal primo luglio dal governo dei migliori, ha dato licenza a tutte le imprese di accompagnare alla porta i propri dipendenti. Il copione è identico: le aziende rifiutano di far ricorso agli ammortizzatori e optano per i licenziamenti. Facendo carta straccia della nota che il premier Mario Draghi aveva chiesto il 29 giugno a sindacati e aziende.

Le parti sociali – recitava la nota – si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Anche i sindacati festeggiarono quell’intesa. Poi la storia è nota: come un’onda sono arrivati i licenziamenti. Gianetti Ruote che ha mandato a casa 152 operai. Gkn in Toscana che di operai ne ha licenziati 422. Poi la Whirlpool. Infine la Timken Company che ha annunciato la chiusura dello stabilimento a Villa Carcina, in provincia di Brescia, dove lavorano 106 dipendenti. Per citarne alcuni.

E partiti e sindacati forse hanno cominciato a mettere in discussione la bontà di quell’intesa. A cui si era giunti anche perché il Pd, a cui appartiene il ministro del Lavoro Andrea Orlando, alla fine aveva deciso di convergere con la Lega sulla necessità di un blocco selettivo che alla fine ha salvato solo il tessile e i comparti affini e ha lasciato in mezzo al mare i lavoratori di tutti gli altri comparti. M5S invece con Leu aveva insistito sino alla fine, senza successo, perché venisse mantenuto ancora il blocco dei licenziamenti. Nel complesso i dati sui tavoli di crisi al Mise ci dicono che le vertenze aperte sono 87.

FERMI AGLI ANNUNCI. Mentre ancora si attende che arrivi il tanto sbandierato decreto delocalizzazioni che dovrebbe arginare le crisi aziendali impedendo una nuova fuga delle produzioni verso l’estero. Decreto che peraltro era già stato annacquato, dal momento che sono sparite le sanzioni per le imprese che delocalizzano e che avevano fatto infuriare Confindustria. Niente più multa del 2% del fatturato né la black list che avrebbe escluso le aziende dalla possibilità di beneficiare di fondi pubblici per almeno tre anni. Il ministro del Mise, Giancarlo Giorgetti, insiste sulla logica premiale che dovrebbe incentivare le aziende a investire in territori in crisi e a far rientrare le produzioni in Italia. Orlando preme per imporre un percorso all’azienda che vuole chiudere e delocalizzare per permettere al territorio, ai lavoratori e alle imprese dell’indotto di riorganizzarsi. Ma del decreto per ora non c’è traccia.