Lavoro, l’aiutino dell’Inps a Renzi. Ma sui nuovi contratti è il solito balletto di cifre

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Non accenna a esaurirsi il solito balletto di numeri sul lavoro. Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, è alla continua ricerca di dati che possano in un modo o nell’altro dimostrare che l’occupazione sta riprendendo quota. Alcuni organismi istituzionali, come ieri l’Inps, gli danno sostegno. Altri, come l’Istat, spesso restituiscono una realtà che non è affatto rosea. Ma l’Istituto di statistica, è stato spiegato, prende in considerazione dati che sfuggono al censimento dell’Inps o del ministero. E così, nonostante gli sbandierati annunci di un imminente coordinamento delle strutture, siamo ancora al valzer sfrenato delle cifra. Naturalmente al centro della scena ci sono le misure del Governo sul lavoro, in particolare il Jobs Act, dal quale il Governo si attende esiti salvifici.

IL QUADRO
E qualche cosa, secondo l’Inps, in effetti si starebbe muovendo. Per l’istituto previdenziale, infatti, è cresciuto il lavoro a tempo indeterminato nei primi sette mesi del 2015, durante i quali sono entrati in vigore prima la decontribuzione fino a 8mila euro per i contratti stabili, poi il Jobs Act con le sue “tutele crescenti”. Nel periodo preso in esame, rispetto ai corrispondenti mesi del 2014, è cresciuto il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+286.126) e sono crescono, anche se di poco, i contratti a termine (+1.925), mentre si sono ridotte le assunzioni in apprendistato (-11.521). A comunicarlo è l’istituto presieduto da Boeri, che analizza l’andamento dei contratti per i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi i lavoratori domestici e gli operai agricoli.

GLI SVILUPPI
La variazione netta tra i nuovi rapporti di lavoro e le cessazioni, pari rispettivamente a 3.298.361 e 2.592.233, è di 706.128; nello stesso periodo dell’anno precedente è invece stata di 470.604. Se si guarda solo ai tempi indeterminati, la variazione netta tra attivazioni e cessazioni è di circa 140mila unità. Rimane il fatto che l’Italia ha ancora unaq disocuupazione al 12,1%, uno dei dati peggiori d’Europa. La Germania è al 4,7%, il Regno Unito al 5,6 e la Francia a poco più del 10.