Le mani di ‘ndrangheta e zingari su Cosenza. Così il clan dominava sulla città calabrese, tra pizzo, droga e gestione di case popolari e discoteche

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Una vera e propria multinazionale del crimine, riferiscono gli investigatori, che gestiva lo spaccio organizzato di cocaina e hashish e le estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori del cosentino, arrivando persino ad “assegnare” alloggi popolari agli affiliati togliendoli ai legittimi titolari. La cosca era riuscita anche a imporsi attraverso attività apparentemente lecite, gestendo alcune società di security che imponeva alle discoteche del luogo, non esitando, in un caso, a pestare un gestore riottoso. Insomma, l’intera città di Cosenza era in mano alla ‘ndrangheta. E non solo Cosenza. Le indagini hanno consentito anche di documentare l’espansione della cosca verso la cittadina di Paola, subentrando alla locale cosca dei Serpa, annientata nel 2012 sempre grazie ad un’operazione antimafia portata a termine dai carabinieri e coordinata dalla Dda di Catanzaro. I 18 arresti di ieri, però, hanno consentito di azzerare i vertici della cosca cosentina Rango-Zingari.

L’INCHIESTA –È questo il risultato dell’attività investigativa che ha portato all’operazione denominata “Doomsday 2”. Un’operazione senza precedenti, quella messa in piedi nella cittadina bruzia, tanto che pure il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha parlato di “un altro duro colpo alla criminalità organizzata, ai suoi interessi economici e alle sue mire espansionistiche”. La cosca dei Rango e degli Zingari, indebolita dall’arresto di Maurizio Rango, ristretto già in regime di carcere duro, e colpito nuovamente dall’ordinanza di ieri, si era formata sulle ceneri di scontri e guerre, raccogliendo elementi dei clan che erano scomparsi, come quello dei Bruni, alias “Bella Bella”, in auge dalla meta’ degli anni ‘90, e innestando pericolosi elementi delle famiglie “zingare”, che si erano legati alla cosca con comparaggi e matrimoni. Il riassetto finale si ebbe dopo la scomparsa di Luca Bruni, il più giovane dei figli di Francesco Bruni, storico capo mafia, detto proprio “Bella Bella”. Luca doveva prendere il posto di suo fratello Michele, ma cadde in un tranello, nel gennaio del 2012, e fu ucciso, nelle campagne di Orto Matera, a Castrolibero, a pochi km da Cosenza. Da allora in poi accordi e alleanze furono fatti e disfatti. I nomi dominanti fino ad oggi sono quelli dei Bevacqua, Bevilacqua, Abruzzese o Abbruzzese e anche Bruzzese.

Tutti individuati e messi in carcere grazie, soprattutto, al pentimento del sodale Adolfo Foggetti, che ha rivelato organigrammi, equilibri e obiettivi della cosca. Che si è occupata, negli ultimi anni, come non mai, di taglieggiare commercianti ed imprenditori, facendo loro sembrare come “inevitabile”, grazie a minacce e intimidazioni, il pagamento del pizzo. Ora, come confermato dai vertici dei Carabinieri di Cosenza, l’attenzione sarà dedicata alle nuove leve, che si faranno avanti per colmare i vuoti lasciati dagli arrestati. Sperando che non scoppi una nuova guerra di mafia per il controllo del territorio.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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