Tredici milioni e duecentosessantacinquemila. È il numero di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025, secondo l’Istat. Il 22,6% della popolazione. Ieri la Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per affrontare il problema. Zero euro aggiuntivi.
Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutiva con delega ai diritti sociali, ha annunciato misure per l’esclusione abitativa, la povertà minorile, i diritti delle persone con disabilità. Solo che il documento, come ha anticipato Politico in esclusiva, non prevede nessun finanziamento fresco. La logica è questa: esistono già circa 100 miliardi nel prossimo bilancio UE destinabili a politiche sociali. Il problema, secondo un funzionario della Commissione che ha parlato in anonimato, è che i governi non usano bene i fondi disponibili. Niente soldi nuovi, più coordinamento.
Nella stessa settimana, l’Europa discute di portare la spesa militare a 800 miliardi entro il 2030. Il piano ReArm Europe, annunciato da von der Leyen il 4 marzo 2025, prevede fino a 150 miliardi in prestiti europei per la difesa, con altri 650 da bilanci nazionali esclusi dal Patto di Stabilità. Per la difesa si attiva la clausola di salvaguardia per 17 Stati membri. Per i poveri si chiede efficienza.
Il funzionario è onesto su un punto: prevenire la radicalizzazione e “mantenere la fiducia nell’Ue” sono tra le motivazioni che spingono Bruxelles sul tema della povertà. Il problema non è la sofferenza in sé. È che alimenta la destra. Marit Maij (S&D), vicepresidente dell’intergruppo del Parlamento europeo per la lotta alla povertà, lo dice esplicitamente: «Le persone che vivono in povertà sono troppo spesso ignorate, e questo alimenta una crescente sfiducia. La destra estrema sfrutta questo vuoto».
Obiettivi Ue mancati, numeri fermi
«Non c’è strategia senza soldi», ha detto Juliana Wahlgren, direttrice della Rete europea contro la povertà. Marie Toussaint (Verts/Ale), europarlamentare francese, ha chiesto «misure concrete e finanziamenti mirati» e che la Commissione «si assuma un ruolo guida». Il nodo è questo: delegare ai governi significa accettare le disuguaglianze tra i paesi. Romania e Bulgaria hanno ridotto di circa un terzo la quota a rischio nell’ultimo decennio. Germania, Francia e Austria hanno invece registrato aumenti. In Germania la quota è salita dal 17,3% del 2019 al 21,2% nel 2025.
L’obiettivo Ue era ridurre di 15 milioni le persone a rischio esclusione entro il 2030. A metà percorso la cifra è scesa di soli 3,4 milioni. Il dato europeo è fermo al 20,9%. In Italia i 13 milioni includono il 31,6% dei nuclei monogenitoriali, il 30,6% delle famiglie con tre o più figli. La grave deprivazione materiale è aumentata dal 4,6% al 5,2% in un anno. I redditi familiari reali restano inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Nel frattempo l’Italia ha accettato al vertice Nato dell’Aia l’obiettivo del 5% del Pil in spesa militare entro il 2035, con quasi 23 miliardi aggiuntivi già programmati.
Burocrazia, carta, anonimato
Ema Popovici, progettista dell’Ong Bucovina Institute in Romania, ha raccontato il problema concreto: «È molto difficile accedere ai sussidi a causa della burocrazia. Il sistema in sé è molto difficile da navigare». Il documento di Mînzatu riconosce: «I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo». Un avviso preventivo: questo non basta, ma per ora è tutto.
Sulla carta, per l’appunto. La Commissione ha presentato un documento. I governi hanno ricevuto un invito a coordinarsi. I tredici milioni di italiani a rischio povertà hanno ricevuto ancora una volta una strategia senza copertura. Per i carri armati c’è la clausola di salvaguardia. Per il cibo, per la casa, per l’affitto, il sistema “in sé è molto difficile da navigare”: lo dice qualcuno che ci è dentro, non un funzionario che parla in anonimato da Bruxelles.