Le scuole verso la chiusura. Già tradita la promessa di Draghi sui giovani. Istituti assediati dalla terza ondata in 24 province

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Sono bastate meno di 24 ore dall’annuncio del nuovo Dpcm sulla scuola di Mario Draghi per far cambiare i toni ai governatori, soprattutto quelli del nord. Se martedì sera non si riuscivano a tenere a freno le polemiche già ieri i presidenti hanno fatto dietrofront. “Se questa crescita, avvenuta in 10-15 giorni, non trova un’accelerazione nella risposta rischiamo di essere travolti”, così il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Solo qualche giorno fa il governatore diceva che “bisogna riaprire dove si può”.

Qualcosa è cambiato parecchio nel giro di pochi giorni, anzi ore. Infatti Bonaccini sottolinea che “il contagio è partito molto più veloce di prima a causa delle varianti”, specificando che la variante inglese “pare quasi essere un nuovo virus per diffusione e categorie d’età” (cosa nota non da tempo e che gli esperti avevano già previsto). Ma sono tutti i governatori del Nord a essere quasi più prudenti del governo centrale, di fronte alla rapida e preoccupante crescita di contagi, come ha spiegato il presidente del Veneto, Luca Zaia: “Negli ospedali entrano pazienti con più rapidità e altrettanta rapidità vengono ricoverati in terapia intensiva. Vedremo quale sarà l’evoluzione anche alla luce di queste varianti. Siamo preoccupati”.

Anche il governatore lombardo, Attilio Fontana, si dice pronto a intervenire: “Laddove si rappresentino delle situazioni di arancione scuro le applichiamo”. Il suo consulente Guido Bertolaso è ancora più esplicito: “A me sembra che tutta Italia, tranne la Sardegna, si stia avvicinando a passi lunghi verso la zona rossa“. Il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, annuncia altre possibili strette: “Abbiamo una situazione che ci dice che quotidianamente le cose stanno peggiorando”.

Il virus, nella variante inglese, dunque non rallenta la sua corsa, anzi. “Abbiamo parametri che indicano il rischio di un passaggio alla zona arancione“, è l’analisi di Zaia, per il quale “è innegabile che da qualche giorno c’è un aumento dei casi. Siamo in trincea – ammette – e il futuro prossimo può riservare solo una salita e non una discesa”. Pertanto è stato pensato di fare “un monitoraggio che valuterà l’incidenza anche a livello comunale per capire l’evoluzione ora dopo ora, per verificare se ci possano essere macchie di leopardo legate al virus e valutare di conseguenza questa incidenza”.

Oltre a Basilicata e Molise che sono già rosse, secondo la simulazione di YouTrend (sui dati del bollettino della protezione civile e non su quelli dell’Istituto superiore della sanità, Iss, che conteggiano solo i tamponi molecolari), sono 24 le Province in cui i governatori potrebbero proporre la chiusura di tutte le scuole: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Chieti, Como, Forlì, Frosinone, Imperia, Macerata, Mantova, Modena, Monza e Brianza, Pescara, Pistoia, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini, Salerno, Siena, Trento, Udine, Verbano-Cusio-Ossola. E ce ne sono altri venti in cui i contagi sono già oltre i 200 ogni 100.000 abitanti e tra questi c’è anche Milano, insieme ad Arezzo, Ascoli Piceno, Caserta, Cremona, Cuneo, Ferrara, Gorizia, Lecco, Lucca, Massa-Carrara, Napoli, Parma, Pavia, Perugia, Prato, Taranto, Torino, Varese, Vercelli.

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, promette che ci sarà una riflessione sulle misure da prendere per la fine dell’anno – si era parlato di allungare il calendario – e il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli spiega che si può valutare se vaccinare in futuro anche i più piccoli. La ministra Mariastella Gelmini annuncia aiuti alle famiglie, ma le chiusure provocano reazioni contrastanti nel mondo della scuola. Anita, la ragazzina simbolo del no alla Dad annuncia che tornerà in piazza e così le mamme del movimento Priorità alla scuola si stanno preparando ad “un mese di proteste e ricorsi”. E Save the Children pubblica un rapporto inquietante: da settembre nelle regioni del Nord – si legge – i ragazzi sono andati a scuola il doppio dei giorni rispetto ai ragazzi del Sud. Gli studenti delle medie a Napoli solo 42 giorni su 97 mentre quelli di Roma sono stati in classe per tutti i 108 giorni previsti.