Il Primo maggio del lavoro umiliato

Alla vigilia del Primo maggio arriva la mancetta del Governo: il bonus di 100 euro per il mese di gennaio 2025.

Il Primo maggio del lavoro umiliato

Alla vigilia del Primo maggio il governo ha dato via libera al bonus, per il mese di gennaio 2025, di 100 euro ai lavoratori dipendenti con reddito complessivo non superiore a 28.000 euro, coniuge e almeno un figlio, entrambi a carico, oppure per le famiglie monogenitoriali con un figlio a carico. Una mancetta irrilevante che si aggiunge alla defiscalizzazione per le imprese che assumono. Ma anche quest’ultimo regalo alle imprese è inutile. Considerato che oggi stanno assumendo, forse sarebbe stato più utile un incentivo a trasformare i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.

Alla vigilia del Primo maggio arriva la mancetta del Governo: il bonus di 100 euro per il mese di gennaio 2025

Già, perché i problemi che attanagliano il mondo del lavoro nel nostro Paese rimangono i bassi salari, una forza lavoro sempre più anziana – anche per via delle riforme pensionistiche oltre che del dato demografico – e il precariato. Relativamente alla precarietà, ad esempio, l’Istat scrive che sì, lo scorso anno i dipendenti a termine hanno fatto registrare un calo del 2,4%, ma tale riduzione riguarda “esclusivamente” la componente degli occupati con lavoro a tempo determinato da meno di cinque anni, mentre “aumentano quanti svolgono un lavoro a termine da cinque anni e più”. L’indicatore, precisa ancora l’istituto, passa dal 17% al 18,1%.

A ciò si aggiunga il problema del part time involontario, ossia gli occupati che dichiarano di lavorare a tempo parziale perché non sono riusciti a trovare un impiego a orario intero. Tale fenomeno “tende ad associarsi maggiormente a condizioni di vulnerabilità: a fronte di un calo di questa forma di lavoro tra i dipendenti a tempo indeterminato e tra gli autonomi, non si registra alcuna riduzione tra i dipendenti a termine, dove il fenomeno è ampiamente diffuso (22,9%)”. E poi c’è la questione dei contratti scaduti. Quelli che a fine marzo sono in attesa di rinnovo sono 36 e coinvolgono circa 4,6 milioni di dipendenti, il 34,9% del totale.

L’emergenza salariale e il problema delle buste paga da fame pesano come macigni

E se anche l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo ha segnato un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e del 3% rispetto a marzo 2023, resta come un macigno l’emergenza salariale e il problema delle buste paga da fame, mentre il governo si ostina a dire no al salario minimo. Se la soglia minima oraria di 9 euro diventasse obbligatoria, 3,6 milioni di retribuzioni annuali si alzerebbero in media di oltre 800 euro. Le retribuzioni inferiori ai 9 euro non solo sono un problema dei contratti pirata. Lo dimostra il contratto della vigilanza privata. Nel rinnovo siglato lo scorso anno da Cgil Cisl e Uil per i vigilanti non armati era previsto un salario minimo orario di 6 euro scarsi.

La metà dei dipendenti a bassa retribuzione è concentrata nei servizi di alloggio e ristorazione, in quelli di supporto alle imprese (prevalentemente agenzie interinali e servizi di pulizia) e nei servizi alla persona (di cura, intrattenimento e istruzione). Settori non diversi da quelli dove si concentrano i salari orari inferiori a 9 euro: noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese, attività artistiche, sportive e di intrattenimento, alloggio e ristorazione. Tra i lavoratori vulnerabili e poveri c’è una prevalenza di donne, di giovani sotto i 30 anni, di lavoratori del Mezzogiorno e delle Isole.

5,7 milioni di dipendenti guadagnano in media meno di 11 mila euro lordi annui

A fornire le dimensioni dell’esercito di lavoratori poveri in Italia è stato un report della Cgil secondo cui 5,7 milioni di dipendenti guadagnano in media meno di 11 mila euro lordi annui, ovvero l’equivalente mensile di 850 euro. Ma la fascia del lavoro a bassa retribuzione è ancora più ampia: vanno infatti aggiunti oltre 2 milioni di dipendenti con salari medi inferiori ai 17 mila euro annui, vale a dire appena 1200 euro al mese. Tra le cause la discontinuità lavorativa, il part time e la precarietà contrattuale. Siamo sempre alle solite, a prescindere dalla narrazione entusiasta delle destre.

 

Leggi anche: Primo maggio di sangue, un’altra vittima del lavoro. Dai 5 Stelle una proposta per fermare la strage nei cantieri. Già bocciata dal ministro Nordio