La Lega affonda nei sondaggi. Adesso è il terzo partito. Male anche Italia Viva che resta inchiodata al 2%. E il tanto vaneggiato grande Centro è solo un Centrino

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Pagano pegno dopo le amministrative i due partiti guidati da Matteo Salvini e Giuseppe Conte, rimangono stabili quelli guidati da Enrico Letta e Giorgia Meloni. Se oggi si andasse a votare il Pd sarebbe il primo partito con il 19,5%, seguito da Fratelli d’Italia con il 19,2%. Terza forza politica la Lega col 17,6% quarta il M5S col 16,2%. A seguire Forza Italia con l’8,1%. Questi i risultati del sondaggio sulle intenzioni di voto realizzato da Alessandra Ghisleri di Euromedia Research per la puntata di Porta a Porta.

Se si confrontano questi dati con la precedente rilevazione del 14 settembre, prima delle elezioni, risulta che la Lega perde lo 0,9 (era al 18,5%). Scende anche il Movimento Cinque Stelle. Il Pd e FdI guadagnano entrambi lo 0,1%: a settembre erano rispettivamente al 19,4% e al 19,1%. Cresce FI dello 0,8% passando dal 7,3% di settembre all’8,1%.

CESPUGLI. Secondo il campione di Euromedia dopo la recente performance registrata alle elezioni per il Comune di Roma, Azione di Carlo Calenda cresce al 4,5% (+0,7%). La federazione dei Verdi si attesterebbe al 2,1% (+0.1%). Italia Viva di Matteo Renzi continua a perdere punti e dal 2,8% scende al 2%. Segue, stabile, Mdp-Art.1 all’1.5%, Sinistra Italiana 1,4% (-0.4%) e +Europa 1,2% (-0.5%). Infine le forze minori di centrodestra 1,2% (+0,1%). Entrambi gli schieramenti non arrivano al 50%. La coalizione di centrodestra (FdI- Lega – FI + altri di centrodestra) otterrebbe il 46,1% mentre quella di centrosinistra (Pd- M5S – Sinistra italiana e Mdp-Art.1) si fermerebbe al 38,6%.

Numeri e percentuali che dovrebbero indurre a riflessione soprattutto il leader del Pd. Il progetto cui ha fatto riferimento di un campo largo, una sorta di riedizione del vecchio Ulivo, è stato chiaramente bocciato dal numero uno del M5S. Giuseppe Conte ha detto mai con Calenda e con Renzi (leggi l’articolo). E viceversa Calenda e Renzi non hanno intenzione di allearsi con i pentastellati. Ma la domanda è d’obbligo. Conviene a Letta perdere comunque quello che col 16% rimane il secondo partito della coalizione di centrosinistra per imbarcare sull’arca l’ex ministro che aspirava a diventare sindaco di Roma che comunque non arriva al 5% e l’ex rottamatore che si ferma a uno striminzito 2%?

Dall’altra parte il centrodestra ha tutto l’interesse a tenere dentro il suo perimetro FI che per quanto ridimensionata porta in dote l’8% dei consensi. Il rischio di una spaccatura dentro il partito di Silvio Berlusconi è forte. Le due anime, quella sovranista e quella moderata (che coincide con i governisti capitanata dai tre ministri Gelmini, Carfagna, Brunetta) sembrano arrivate ai ferri corti. E non è escluso che a un certo punto possano prendere strade diverse. L’una confluire nel cerchio di Salvini e Meloni e l’altra farsi sedurre da chi sogna il grande centro.

DOPPIO FILO. Ma il sogno del grande centro accarezzato da Calenda, Renzi e da una parte degli azzurri, è legato a doppio filo alla legge elettorale. Con quella attuale non avrebbe spazio il progetto. Con un sistema proporzionale cambierebbero i giochi, invece, perché i centristi potrebbero correre senza allearsi con nessuno, ex ante, e giocarsi dopo la partita, a urne chiuse, qualora i loro voti fossero determinanti per formare una maggioranza di governo. Ecco perché nessuno crede fino in fondo al leader di Italia Viva quando questi dichiara che il suo cuore batte per il maggioritario.

Nel centrodestra invece Salvini e Meloni hanno tutto l’interesse per il maggioritario con il quale imbriglierebbero in partenza FI senza lasciarle, poi, campo libero per giravolte e cambi di coalizione. Per i motivi opposti gli azzurri anti-sovranisti spingono invece per il proporzionale. Il M5S e parte del Pd (Letta non si è ancora formalmente espresso ma si sa che propende per il maggioritario) invece tifano per l’intesa faticosamente raggiunta dalla maggioranza giallorossa che sosteneva il governo Conte II.

Ovvero un modello simil-tedesco, ribattezzato “Brescellum” dal nome del presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, il pentastellato Giuseppe Brescia e fortemente sponsorizzato dall’allora segretario dei dem, Nicola Zingaretti. Si tratta di un sistema elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento al 5% e il cosiddetto diritto di tribuna per i piccoli partiti. Adottato come testo base è finito nel limbo, anche per l’opposizione dei renziani. A far paura la soglia di sbarramento al 5%.

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