Letta forza la mano sui capigruppo. Ma non ce la fa e la scelta slitta. Il leader del Pd deciso a sfrattare Marcucci e Delrio. Ma la corrente renziana è più forte del neo segretario

dote per i diciottenni Letta
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Pensava di tornare da Parigi e trovare a anche qui studenti disciplinati come alla prestigiosa Sciences Po. Invece per il neo segretario Pd Enrico Letta la pia illusione è durata ben poco e dopo una prima settimana bella intensa, fra trabocchetti (vedi la polpetta avvelenata dell’annuncio non concordato della candidatura di Gualtieri a Roma), slalom fra le correnti per riuscire a mettere insieme la segreteria politica (i due vice Provenzano e Tinagli e otto donne e otto uomini scelti in base sì alle competenze ma più che altro all’area di appartenenza, enunciazioni di priorità (come lo ius soli e il voto ai sedicenni) e dichiarazioni d’intenti come quella di essere pronto ad allearsi con il M5s, quella che si è aperta ieri non sarà da meno.

A parte l’incontro di ieri mattina col premier Draghi che, si apprende da fonti del Nazareno è stato “molto cordiale e positivo” anche perché i rapporti tra il premier e l’ex premier sono consolidati, il resto non sembra essere una passeggiata, a partire proprio dalla questione dei nuovi capigruppo di Camera e Senato che certamente non si eleggeranno oggi come era stato inizialmente previsto o quantomeno sperato da Letta che, come ampiamente ribadito nelle interviste rilasciate anche nel fine settimana, ha tutta l’intenzione di sostituire.

Ne fa una questione di genere, il segretario: “Quando sono arrivato ho detto che c’ è un problema enorme di presenza femminile, tre ministri sono uomini, io sono un uomo. Penso che due capigruppo debbano essere due donne” e tira pure in ballo due leader sovranisti, dimenticando che in Italia l’unica leader di partito donna sia proprio Giorgia Meloni che è alla guida di un partito di destra, “Non possiamo fare una foto di gruppo del vertice del partito e presentare volti di soli maschi. In Europa sono cose che può fare Orbán in Ungheria o Morawiecki in Polonia”.

Inutile tentare di indorare la pillola affermando che non si tratta di una “bocciatura per Graziano Delrio e Andrea Marcucci perché soprattutto il capogruppo di Palazzo Madama – e con lui tutta Base Riformista – è sul piede di guerra. Non sorprende dunque che la partita non sembra destinata a sbloccarsi a breve, anche perché l’ex renziano Marcucci gode di una maggioranza personale schiacciante con 24 senatori su 36 – con l’arrivo di Comincini da Italia Viva – a lui vicini (i gruppi dem in Parlamento sono stati formati sulle liste elettorali redatte al tempo della segreteria Renzi e, almeno sulla carta, rispondono a una maggioranza diversa da quella degli organi statutari del Pd).

“Si dice che chi ha il compito di prendere delle decisioni si senta spesso solo. Io devo essere un uomo particolarmente fortunato – scrive Marcucci in una lunga lettera indirizzata a Letta -, perché in questi tre anni ne ho prese tante ma non mi sono mai sentito solo, non l’ho mai fatto da solo. E anche questa scelta, che tu ci chiedi, la faremo come le altre, tutti insieme, rivendicando la nostra autonomia, rispettando le regole ed accogliendo tutti i consigli ma rigettando anche le imposizioni strumentali”.

La situazione a Montecitorio appare un po’ più “tranquilla”, l’appuntamento fissato per l’assemblea di gruppo è per le 9,30 e la previsione è che “si aprirà una discussione, che non si chiuderà domani”, ergo l’intesa non c’è neanche lì, anche perché nei due rami si dovrà ragionare per “compensazione”, cioè se in sostituzione di Marcucci al Senato (che in ogni caso non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro e ad oggi i suoi lo sostengono, provano a prendere tempo e non vogliano cambiarlo) dovesse essere eletta per esempio Roberta Pinotti – nome che sta circolando – vicina ad Areadem di Franceschini alla Camera, giocoforza avrebbe la strada in discesa un nome di base Riformista (accreditate Alessia Morani e Alessia Rotta ma gira molto anche il nome di Marianna Madia).

Di fatto, insomma, si rischia una conta che – però – non tutti vogliono, il ministro Guerini, per esempio, sarebbe già al lavoro per evitare uno scontro aperto con il nuovo segretario Letta e per cercare una soluzione condivisa anche se un accordo non è semplice.