Letta, il leader dimezzato del Pd che non ne azzecca una. Dalla rincorsa della Lega sulla giustizia al flop delle alleanze giallorosse

ENRICO LETTA
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Le amministrative si avvicinano e i giallorossi sono ancora in altissimo mare, anzi peggio. Ad esempio su Roma sono divisi già al primo turno, con la sindaca uscente Virginia Raggi sostenuta dai Cinque Stelle e il Partito democratico che passa dalle primarie con Roberto Gualtieri come candidato vero, dopo il ritiro di Nicola Zingaretti, che oltretutto mai si era candidato ufficialmente. Tra parentesi, alla Raggi è bastata la mossa di dichiarare di volere utilizzare la piattaforma Rousseau dell’ormai odiato Casaleggio Jr per far scattare l’immediato supporto di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (leggi l’articolo).

A Torino si riparla della candidatura di Chiara Appendino, che fino a pochi giorni fa non voleva più saperne, a Milano invece il Pd impone con la forza Giuseppe Sala fingendo di dare in cambio Napoli con Roberto Fico. Peccato che si tratti di moneta falsa visto che Fico non lo vuole il padrone e governatore Vincenzo De Luca. Insomma da quando è andato via Zingaretti sostituito da Enrico Letta il Pd ha fatto molti passi indietro soprattutto nella visione di una alleanza strategica con il Movimento Cinque Stelle.

Se infatti Zingaretti e Conte avevano siglato un piano di alleanze strategiche nei comuni per combattere il centrodestra ora Letta pasticcia e veste i poco credibili panni del barricadiero, come ha fatto nello smodato sostegno a Fedez. Un ruolo che non è suo, così lontano dal felpato mondo democristiano che condivide con Dario Franceschini. Del resto la nomina di Conte a capo politico è bloccata proprio dalla indisponibilità del voto su Rousseau perché da statuto occorre questo passaggio perché chi lo ha redatto si scordato di metterci la figura del rappresentante e le recenti vicende giudiziarie sarde hanno fatto uscire il problema.

Insomma, un bel pasticcio. In tutto questo il Pd quando può tira acqua al suo mulino dimenticando un giorno sì ed uno no l’idea di alleanza strategica con i 5S che di fronte si troveranno comunque un centrodestra da anni compatto. Se questa coalizione giallorossa non si formerà vorrà dire perdere tutte le città più importanti che presto andranno al voto. Ed in questa ottica occorre mettere da parte gli egoismi e le tentazioni di furbizie che potrebbero, se reiterate, mettere definitivamente fuori gioco il progetto con evidenti ripercussioni anche a livello nazionale.