Letta, l’Iva fa più paura di Silvio. Salvate le larghe intese, ora lo scoglio è scongiurare l’aumento dell’aliquota fiscale

di Fabrizio Gentile
Politica

di Fabrizio Gentile

Enrico Letta avverte che non intende fare da “punching ball”, né rimanere stritolato fra i veti incrociati di Pdl e Pd. Quanto alla condanna del Cavaliere, non c’è “nessuna persecuzione” e l’autonomia della magistratura va difesa e tutelata. La crisi di governo al momento appare scongiurata, ma le tensioni dalla decadenza del Cavaliere rischiano di trasferirsi sui nodi economici (come l’Iva) . Per questo in mattinata, dopo avere presentato il piano “Destinazione Italia” per attrarre gli investimenti stranieri, Letta indossa i guantoni e ribadisce a muso duro che non si farà logorare: “Non ho nessuna intenzione che si creino cortocircuiti” sui provvedimenti del governo, premette a proposito degli avvertimenti del Pdl sull’Iva e delle fibrillazioni sull’omofobia. “Vedo che c’è la volontà di usare il governo come una specie di pungiball”, aggiunge italianizzando il termine, ma mentre “tutti se le danno di santa ragione”, lui intende “continuare a lavorare”. Certo, avverte, non ho scritto in testa “Jo Condor” come quel personaggio del Carosello che vedevo da bambino. Tradotto: non sono Giocondo, a farmi logorare da veti e contro-veti e da ultimatum quotidiani non ci sto. Se qualcuno vuole davvero la crisi lo dica apertamente, assumendosene le responsabilità davanti al Paese; altrimenti si torni a collaborare per realizzare il programma su cui ho ricevuto la fiducia. Fermo restando che al governo spetta la sintesi qualora le posizioni nella maggioranza divergano.

Il dossier Iva
A palazzo Chigi ribadiscono che difficilmente si potrà evitarne l’aumento. Ma Letta ha ampiamente rassicurato il Pdl sul fatto che il ‘patto’ sull’Imu non sarà toccato. La coperta tuttavia è corta e tutte le risorse (anche quelle derivanti dai minori interessi sul debito) dovranno essere usate per rimanere sotto il 3%. Letta, però, deve coprirsi anche sul fianco del Pd. Sa bene che in tanti nel partito non aspettano altro che le provocazioni del Pdl per rispondere con quel “fallo di reazione” tanto temuto a palazzo Chigi. Ecco perché cerca di sminare il terreno del congresso, confermando che non intende schierarsi con alcun candidato alla segreteria. Quanto all’ipotesi di una verifica in Parlamento, la replica dei suoi è tranchant: su ogni provvedimento, in Aula, c’e’ una verifica.

Il nodo congressuale
Basta con i gossip, i retroscena, le malizie. Con chi sostiene che all’interno del pianeta dem ci sia ‘un candidato’ del premier. Enrico Letta, alla vigilia dell’infuocata Assemblea del Pd cerca di mettere un punto ai rumors di partito che lo vedevano più o meno coinvolto nella corsa al nuovo segretario e, in una lettera all’Assemblea pubblicata su ‘L’Unita’’ e ‘Europa’ ribadisce la sua completa astensione dalla vicenda congressuale. Né Renzi, né Cuperlo, quindi. Letta non appoggerà nessun candidato ma su una cosa è chiaro: il nuovo leader dovrà sostenere il governo e sciogliere i mille nodi che finora hanno incastrato il Pd. “Per la prima volta da quando il nostro partito è nato non partecipo a una riunione dell’Assemblea Nazionale”, è l’incipit dell’intervento in cui Letta assicura che si tratta di “una rinuncia che mi costa”; ma che è, “tuttavia, una scelta naturale” e “perfino scontata”. Il “ruolo” e “le responsabilita’” a cui e’ legato, gli impediscono infatti, di prendere posizione come un ‘semplice’ esponente dem. Per questo “non parteggerò per nessuno dei candidati in campo e m’impegno sin d’ora a relazionarmi col segretario eletto, chiunque sia, con rispetto e unità d’intenti”, è la dichiarazione di neutralita’ del premier. Nonostante l’ottimismo di più di qualcuno, l’assemblea del Pd che si apre oggi e che deve definire data e modalità del congresso è a forte rischio caos. Dopo la riunione fiume di mercoledì, la commissione incaricata di lavorare sulle regole ieri per tutto il giorno, causa lavori d’Aula è slittata di qualche ora. Si continua a discutere sulle regole e le posizioni sono ancora distanti su diversi punti. Primo fra tutti quello della data delle primarie nazionali: si litiga tra chi (i renziani) le vorrebbe il 24 novembre e chi (i bersaniani) spinge più sul 15 dicembre: a festa dell’Immacolata.