Mentre a Washington andava in scena il terzo giorno di colloqui tra delegazioni israeliane e libanesi sotto la regia americana, sul terreno accadeva esattamente il contrario di ciò che gli Stati Uniti avrebbero voluto. Perché se la diplomazia stava lavorando per una stabilizzazione del confine meridionale del Libano, il governo di Benjamin Netanyahu aveva appena chiarito che Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi. Anzi.
A spazzare via le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane è stato ieri direttamente il premier israeliano. “Rimarremo nella fascia di sicurezza fino a quando necessario: non stiamo per ritirarci”, ha scandito Netanyahu, rivendicando la creazione di zone cuscinetto sia in Libano sia in Siria e assicurando alle Forze di difesa israeliane “piena libertà d’azione” contro qualsiasi minaccia.
Katz: “Rimarremo in Libano, Siria e Gaza senza limiti di tempo”
Parole nette, che smentiscono la narrativa Usa di una progressiva de-escalation e mostrano quanto sia ampio il divario tra le aspettative americane e le intenzioni di Tel Aviv. Se qualcuno aveva ancora dubbi, a rincarare la dose è poi arrivato il ministro della Difesa Israel Katz. Le truppe israeliane, ha dichiarato, resteranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza “senza limiti di tempo”. Nessun calendario, nessuna scadenza, nessuna roadmap per il ritiro. “Non ci ritireremo dalle zone di sicurezza”, ha ribadito.
La linea del governo israeliano è ormai chiarissima: l’occupazione delle aree considerate strategiche non è una misura temporanea legata all’emergenza, ma una componente stabile della nuova architettura di sicurezza che Netanyahu vuole imporre nella regione.
Negoziati inutili
Anche il portavoce governativo David Mencer ha confermato il concetto con una formula ancora più esplicita: Israele lascerà il Libano meridionale soltanto quando Hezbollah sarà completamente disarmato e smilitarizzato. Una condizione che, allo stato attuale, appare semplicemente irrealistica.
Una posizione che rischia di trasformare i negoziati di Washington in una partita quasi impossibile. Perché mentre i mediatori americani tentano di costruire un cessate il fuoco duraturo e un nuovo assetto di sicurezza nel sud del Paese dei Cedri, Tel Aviv continua a considerare il controllo diretto del territorio come una garanzia indispensabile. E intanto la guerra continua.
Intanto in Libano l’esercito israeliano continua a uccidere
Proprio ieri un raid israeliano ha colpito un veicolo tra Zawtar e Mayfadoun, nel distretto di Nabatiyeh. Il bilancio è di tre morti e un ferito. L’ennesimo episodio di una spirale militare che non accenna a fermarsi nonostante i tavoli negoziali aperti.
Dall’altra parte crescono le minacce. Il generale Esmail Qaani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran iraniani, ha intimato a Israele di lasciare il Libano. “Se oggi i sionisti non si ritirano di loro spontanea volontà, domani saranno costretti a fuggire nell’umiliazione e nella sconfitta”, ha dichiarato.