Il deserto della Cirenaica (in Libia) ha restituito prove che l’Europa preferisce lasciare fuori campo. Nei giorni scorsi, tra Ajdabiya e Kufra, sono emerse una fossa comune e una rete di detenzione sotterranea. In parallelo, Italia e Unione europea hanno accelerato sulla costruzione di un nuovo dispositivo di “cooperazione” nell’Est libico: un Mrcc (un centro di coordinamento del soccorso marittimo (a Bengasi), finanziato anche con fondi europei, pensato per rendere più rapidi i pullback. Le tre linee si toccano e producono la stessa conseguenza: persone ridotte a merce e corpi confinati lontano dalle coste siciliane e dalle telecamere.
Fosse comuni come infrastruttura del riscatto
La sequenza parte da Ajdabiya, crocevia tra la costa e la rotta del deserto. Le testimonianze raccolte e rilanciate dalla rete Refugees in Libya, riprese da Progetto Melting Pot Europa il 22 gennaio 2026, parlano di sequestro, detenzione arbitraria, torture, ricatti alle famiglie, uccisioni. Il numero che resta è almeno ventuno corpi in una fossa comune. Secondo la ricostruzione di Roberta Derosas la scoperta arriva dopo un’irruzione in una fattoria e dopo le indicazioni dei sopravvissuti, che raccontano “scomparse” tra chi era trattenuto con loro. L’Oim, nelle stesse ore, riferisce che le prime evidenze indicano cattività e violenze finalizzate al pagamento di riscatti, pratica già documentata da anni in Libia, e la capo missione Oim in Libia Nicoletta Giordano parla di “casi scioccanti” e di rischi enormi lungo le rotte migratorie.
Il dettaglio operativo è importante: i luoghi di detenzione descritti dai sopravvissuti risultano inseriti in spazi civili riconvertiti, aree produttive dismesse, siti fuori dal circuito ufficiale. Ajdabiya, in un territorio controllato e militarizzato, diventa così un imbuto di selezione: chi paga viene spostato, chi regge la tortura continua a “valere” e invece chi crolla diventa scarto. La fossa comune, in questo schema, vale come archivio di violenza e come messaggio per chi resta vivo.
Detenzione sotterranea e zona Sar: la filiera che si completa
A Kufra, pochi giorni dopo, le autorità locali annunciano la scoperta di un centro clandestino sotterraneo scavato a circa tre metri di profondità. Si parla di 221 persone liberate, tra cui donne, bambini e un neonato, con detenzioni protratte fino a due anni e condizioni definite “estremamente precarie”. L’immagine è quella di un carcere progettato per sparire: profondità, isolamento, silenzio e controllo totale. La liberazione, in queste dinamiche, diventa spesso parte della gestione: segnale a reti rivali, operazione vetrina verso interlocutori esterni, pronti a trasferimenti successivi verso altri centri.
Mentre Ajdabiya e Kufra rendono visibile la logistica dell’orrore, Mediterranea Saving Humans denuncia un passaggio ulteriore: la realizzazione di un Mrcc a Bengasi, duplicazione del modello già attivo a Tripoli dal 2017, con supporto italiano e fondi europei. Nella nota Mediterranea descrive il centro come sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare, estendendo alla Cirenaica il sistema dei pullback e rendendolo ancora più efficace e invisibile. Si parla di una prima tranche tra 3 e 5 milioni di euro dalla European Peace Facility e di un impianto tecnico fatto di radar e sorveglianza costiera, utile a individuare le partenze prima delle acque internazionali.
Qui la catena si chiude: avvistamento, segnalazione, uscita in mare, intercettazione, ritorno forzato a terra. Il risultato resta prevedibile: le persone riportate verso l’Est finiscono dentro l’ecosistema che le cronache e le denunce collegano a detenzione arbitraria, estorsioni, torture, sparizioni. Il solito menù libico. Ajdabiya e Kufra diventano luoghi finali di una politica presentata come controllo dei flussi. In Italia, intanto, il dibattito si misura solo sugli arrivi ridotti. Il resto viene sepolto lontano, tra sabbia e cemento, insieme ai nomi e alle responsabilità. Del resto il diritto internazionale da noi conta “fino a un certo punto”.