L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale

L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale

Sulle scelte irresponsabili della nuova guerra del Golfo, occorre interrogarsi su un aspetto che è sicuramente inviso al vendicativo Netanyahu ed è ovviamente lontano dalla “cultura” di Trump, ma anche da quella parte d’Europa ancora cieca sulla logica dei due leader bellicisti: la natura profonda della società iraniana. È vero che ci sono nuove generazioni e classi sociali che hanno protestato contro la repressione e le diseguaglianze imposte dal regime, ma è una narrazione distorta pensare che tutto il popolo iraniano sia convinto che la Repubblica Islamica sia solo una teocrazia ottusa da abbattere. Un analista attento come Ishaan Tharoor sul New Yorker si interroga: Trump ha riflettuto sul finale in Iran?

Altri hanno bene evidenziato che l’appello iniziale di Trump agli iraniani contro il regime di fatto era una incitazione al massacro e alla guerra civile. Così il sociologo iraniano Asef Bayat rivendica un ‘avanzamento silenzioso’ degli iraniani che stavano conquistando i loro diritti ‘passo dopo passo’, mentre ora piangono le stragi di bambini. In questa prospettiva, l’aspetto religioso dello sciismo non rappresenta un elemento incidentale dell’identità nazionale iraniana. La storia dell’Islam sciita affonda le sue radici in una frattura originaria che non fu soltanto politica, ma anche sociale e simbolica: una contestazione dell’ordine costituito e delle élite dominanti emerse dopo la morte del Profeta. Le aspirazioni di ampi strati della popolazione si coagularono attorno alla figura degli Ahl al-Bayt, la famiglia del Profeta, ritenuta depositaria di una legittimità spirituale e politica non trasmissibile per via consensuale, ma fondata su una linea di discendenza eletta.

Da qui la convinzione che l’autorità autentica dovesse risiedere esclusivamente nei discendenti di ʿAlī, cugino e genero del Profeta. Questo nucleo dottrinale e identitario trovò la sua espressione più potente e drammatica nel 680 d.C., con la battaglia di Karbala, evento fondativo della memoria sciita. In quella circostanza, Husayn ibn ʿAlī, nipote del Profeta, fu accerchiato insieme alla sua famiglia e ai suoi sostenitori, privato di acqua e viveri e infine ucciso. Quel martirio è ricordato nella commemorazione annuale dell’Ashura – il decimo giorno del mese di Muharram nel calendario islamico – che rinnova quell’evento nella coscienza collettiva: trascende la dimensione rituale per costituire un vero e proprio codice etico e politico, attraverso cui si struttura un’identità fondata sul rifiuto dell’ingiustizia. In questa prospettiva, il martirio di Husayn non è simbolo di passività o rassegnazione, ma espressione suprema di dignità morale e capacità di opporsi alla tirannia e di sfidare ogni forma di sottomissione. Per Massimo Campanini esso rappresenta il paradigma costante e sempre attuale di una “alternativa islamica” in cui giustizia e resistenza contro ogni occupante si intrecciano indissolubilmente (M. Campanini L’alternativa islamica, 2012).

Rivoluzione e riscatto

Il mito dell’Ashura si riallaccia così con un’altra grande narrazione fondativa della contemporaneità iraniana: la Rivoluzione del 1979 che diede origine alla Repubblica Islamica. Guidata da Ruhollah Khomeini, essa fu vissuta come un riscatto nazionale e un movimento di emancipazione anti-imperialista, capace di attrarre anche l’interesse di intellettuali occidentali come Michel Foucault. In essa, religione e giustizia sociale si saldarono con una forte rivendicazione di sovranità. Anche in questo contesto, l’Islam politico sciita non può essere interpretato solo come regressione, ma come una forma di “modernità alternativa”, critica verso l’egemonia occidentale. La leadership iraniana riflette dunque questa complessità: accanto a figure ideologiche oscurantiste, vi sono esponenti con elevata formazione culturale, come l’ultima vittima delle esecuzioni mirate, Ali Larijani, implicato nelle lobby affaristiche del regime ma anche studioso di filosofia e conoscitore di Immanuel Kant.

Ciò rende problematica l’idea che l’eliminazione fisica delle élite possa favorire aperture democratiche: al contrario, tali strategie rischiano di rafforzare le componenti più radicali e di indebolire quelle potenzialmente riformiste. Un’escalation militare contro l’Iran potrebbe quindi consolidare il consenso interno al regime e alimentare un risentimento duraturo verso l’Occidente. Per l’Europa, i rischi sono concreti: dalla radicalizzazione al terrorismo, fino a forme di guerra ibrida che la potente Forza Quds può attivare attraverso reti già presenti sul territorio sviluppando intese anche con altri attori ostili. Senza contare che in questo scenario l’Occidente rischia di rafforzare proprio quell’immagine di imperialismo neocoloniale che intendeva superare. La crisi iraniana richiede dunque una risposta dell’Europa più responsabile con un’iniziativa diplomatica ampia, capace di coinvolgere attori globali e di valorizzare anche il dialogo culturale e religioso. Esperienze come il confronto tra la Chiesa cattolica e istituzioni quali Università di al-Azhar mostrano che un’alternativa allo “scontro di civiltà” è possibile. Non è utopia, ma realismo: in un mondo dominato dalla forza, recuperare la dimensione culturale e religiosa è una necessità politica per costruire condizioni durature di pace.

 

di Maurizio Delli Santi, Membro dell’Associazione Italiana di Sociologia